Enslaved – E

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Il nuovo disco degli Enslaved arriva puntuale e ci regala l’ennesima prova degna di nota della band norvegese. Maturati stilisticamente, i Nostri non perdono l’ispirazione, proponendo un disco sperimentale, introspettivo e spiazzante. La voglia di emozionare l’ascoltatore si evince dalle soluzioni che divagano tra intricate melodie e sfuriate oscure. È un modo di suonare, questo, che permette di sentire nelle note qualcosa di personale, che non è vincolato da una struttura ben definita. La composizione quindi è ragionata, progressiva, ma anche semplice, fatta di una semplicità che cambia pelle continuamente, con un andamento ora riflessivo, ora epico, ora diretto e ora indefinito come in un sogno. “Storm Son” apre le danze, con una durata che supera i dieci minuti sintetizza perfettamente lo spirito dell’album, in un climax emotivo che lentamente scopre le soluzioni stilistiche che gli Enslaved adotteranno durante tutto il disco, anche se col passare del minutaggio la musica si complicherà non poco. Troviamo riff di chitarra gelidi e stoppati, melodie esotiche, tastiere ambientali, voci pulite, scream e growl, e il classico Black Metal delle origini, tutto immerso in una evoluzione che non lascia riferimenti o appigli, che obbliga quindi a interpretare la musica secondo le proprie emozioni. “The River’s Mounth” è un pezzo transitorio, atmosferico e lineare, che ci conduce alla tempesta di “Sacred Horse”, in cui Ivar Bjørnson dà il meglio di sé con soluzioni chitarristiche tanto particolari quando incisive, che palesano da una parte un ammiccamento al Metal moderno, dall’altra una profondità esecutiva immensa, che fonde il Black Metal con lo screaming lacerante di Grutle Kjellson e improvvisamente le clean vocals di Håkon Vinje si fondono con una tastiera dalle reminiscenze Jazz. È proprio il nuovo entrato che pare incidere in queste soluzioni stilisticamente estranee agli Enslaved, fornendo una prova controversa ma di altissima qualità. Il disco procede sempre più particolare e profondo, e mai come in questo caso le parole sono inutili per descrivere una musica che va letta col proprio inconscio, va ascoltata senza preconcetti apprezzando le innumerevoli possibilità che ci vengono offerte, le innumerevoli chiavi di lettura che ad ogni ascolto si sovrappongono tra di loro. Come la sanguigna “Hiindsiight”, che nel suo incedere visionario e sintentico, strizza l’occhio ai connazionali Ulver, portando l’esperienza di ascolto al limite senza superare la soglia di non ritorno. L’unica certezza è che questo “E” (anche il nome dell’album è criptico) vi può dare tante soddisfazioni e tanti spunti, intriso com’è della gelida spiritualità nordica. Proprio Ivar ci spiega che il significato del nome è un’arcaica fusione di simbolismi runici legati alla runa Ehwaz e latini, che in poche parole riconducono alla visione simbolica del cavallo. Qualcosa di animale e spirituale al contempo, insomma, come questo loro ultimo disco, d’altronde.

REVIEW OVERVIEW
Voto
85 %
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