È con grande piacere che Blackmetalistkrieg ospita Skoll, progetto di pagan black metal nostrano, dietro al quale si nasconde la mente creatrice di M., personaggio attivissimo sulla scena underground nazionale ed internazionale (tra le bands in cui milita ricordo, tra le altre, The True Endless, The Blessed Hellbrigade, Darkness, A Forest), che non necessita certamente di presentazioni e che da anni mette la propria passione e la propria coerenza al servizio della musica estrema, restando fedele ad un’attitudine “vecchio stampo” che a molti potrà sembrare superata ma che, alla lunga, offre i suoi compiuti frutti artistici. Buona lettura, dunque…

Ciao M. e benvenuto (anzi, bentornato!) sulla pagine virtuali di Blackmetalistkrieg. Il progetto Skoll “infesta” la scena underground ormai dalla metà degli anni novanta. Vuoi brevemente raccontarcene la storia?

Ciao e grazie per questa opportunità. Skoll nasce nel 1994 col nome Ragnarok; vengono composti dei brani e registrati in una rehearsal tape che viene data solo a pochissime persone; nel 1995 il nome cambia e nascono gli Skoll, un gruppo che realizza tre demo ufficiali “…In The Mist I Saw…” del 1996, “Through The Mist We Come Back” del 1999 e “Through The Mists Of Time” del 2000 (prodotto poi dalla B.T.O.D. nel 2002). Nel 2000 Skoll diventa il mio progetto personale, per mancanza di interesse effettivo dei precedenti membri. Come progetto e con l’aiuto di validi session, ho realizzato “Warriors Of The Misty Fields”, “Misty Woods” e l’ultimissimo “Grisera”. Al momento abbiamo registrato dei brani nuovi che finiranno su uno split cd con Uruk-Hai, che vedrà la luce tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Musicalmente Skoll è sempre stato legato al black metal e alla musica epica, pagana e folk, cosa che ci ha sempre fatti etichettare come viking band; nulla di più sbagliato, dato che non abbiamo mai parlato di vichinghi nei nostri testi, che sono fondamentali per capire il concept che c’è dietro al progetto, ancora riassumibile nel titolo di una canzone del 1997 “Keep Alive Your Heathenfolk”. Skoll istiga alla riscoperta delle proprie antiche tradizioni pagane, degli antichi culti europei, che ancora aleggiano nel nostro continente, alla riscoperta della storia antica, per conoscere le nostre origini e affrontare meglio il nostro incerto futuro.

Dal demo d’esordio “…In The Mist I Saw…” fino all’ultima recente fatica “Grisera” com’è cambiato il tuo modo di comporre e suonare per Skoll?

Beh, “…In The Mist I Saw…” è un demo del 1996, con brani che risalgono al 1994-95, c’era un’altra formazione, altre idee, altre capacità e altri gusti musicali, è un lavoro frutto dell’interazione di diversi individui, che hanno immesso nelle musiche e nei testi una parte di loro. “Grisera” come i lavori da “Warriors Of The Misty Fields” in poi, sono invece frutto della mia mente, con l’apporto di alcuni session di cui mi sono avvalso nelle registrazioni, ma che non hanno inciso nell’atto compositivo; è quindi inevitabile che i lavori della band Skoll differiscano da quelli del progetto Skoll. In generale posso affermare che i brani sono diventati sempre più epici, articolati e che incamerano sempre maggiori influenze provenienti dal black metal, dalla musica epica in generale e dal folk, mentre quelli vecchi erano più incentrati verso un symphonic black metal (niente Dimmu Borgir e Cradle Of Filth…) dove le tastiere erano molto più importanti rispetto alle composizioni recenti.

È corretto accostare Skoll all’universo pagan metal? Ritieni che le tematiche di stampo pagano, come approccio di carattere religioso-filosofico, siano ancora attuali e proponibili oggi, in pieno ventunesimo secolo ed in un mondo, come quello occidentale, che sembra lontano anni luce da quella cultura? O si tratta solo di una fuga in una mitologia confinata in una realtà fiabesca?

Sì, ritengo che Skoll possa essere accostato al pagan metal, anche se lo ritengo piuttosto un pagan black metal (o pagan dark metal se preferite), questo perché è indubbio il lato pagano che permea le musiche ed i testi, nonché le immagini delle grafiche, ma rimane un approccio decisamente oscuro e occulto alle tematiche trattate. Non seguo i sentieri dei vari Korpiklaani & co., non sono capace di creare musiche happy e danzerecce, ma creo una rielaborazione personale di tematiche oscure e occulte di alcune vie del paganesimo europeo a me care. Le tematiche pagane sono molto attuali; anche se i più lo ignorano, l’Asatru è considerato religione a tutti gli effetti in Islanda, Norvegia e Danimarca, il Druidismo in UK, per non parlare della diffusione del Paganesimo Slavo nelle Repubbliche Baltiche, in Russia e in tutto l’Est Europa, e della diffusione planetaria di questi culti anche in paesi apparentemente lontanissimi, più tutti i gruppi Pagani che seguono la via Italica, Romana e Greca, le varie forme di Sciamanesimo, ecc… Forse qualcuno non se ne rende ancora conto, ma stiamo assistendo ad un periodo di rinascita degli antichi culti, dei politeismi europei, che affondano le loro radici nell’antico passato della nostra Europa! I monoteismi hanno rivelato la loro inconsistenza, le loro aberrazioni e le loro orribili interpretazioni della vita; è normale che la reazione, in alcuni, sia un riavvicinamento alle religioni naturali e non rivelate. Quindi per me e per molti altri che conosco non è un rifugio fiabesco o un bel leggere di libri di mitologie perdute, quanto uno studio e una messa in pratica di ciò che ci hanno lasciato i nostri antenati.

Nelle liriche di “Grisera” ho notato un certo approfondimento di carattere storico. Mi riferisco in particolare a “Hrothaharijaz”, pezzo dedicato alla figura di Rotari. Cosa ti appassiona del periodo longobardo e della figura di quel re e condottiero?

Sì, in “Grisera” ho voluto parlare maggiormente dei Longobardi, argomento che avevo iniziato a trattare su “Warriors Of The Misty Fields” nella canzone “Longbardr!”. “Hrothaharijaz” è il nome longobardo di Rotari e in quel brano parlo di quel grande re, un re illuminato diremmo oggi, un re che aveva quasi unificato la penisola in un unico stato e che aveva unificato tutti i ceppi religiosi sotto il suo omonimo editto, nel quale garantiva libertà di culto a cattolici, ariani e seguaci dell’antica religione (longobarda e romana), ponendo le basi per uno stato che sarebbe potuto essere moderno, innovativo e all’avanguardia per l’epoca, uno stato, che, se non ci fossero state le ingerenze del Vaticano e dei Carolingi, sarebbe diventato Italia molto prima del famoso risorgimento. Ma c’è anche un altro brano in “Grisera” che parla di argomenti affini a “Hrothaharijaz”: “Grush” infatti parla ancora dei Longobardi. “Grush” è una parola longobarda che indica il sangue rappreso sulla pelle, una parola importante nella lingua di quell’antico e bellicoso popolo, che vedeva nella classe guerriera una elite fondamentale e di cui essere orgogliosi; in quel brano racconto, in maniera un po’ velata, l’invasione dell’Italia da parte di Alboino, un momento importantissimo e violentissimo della storia del nostro paese, l’episodio primo della diffusione della cultura longobarda in Italia, una cultura che riaffiora ancora oggi in modi di dire dialettali, toponimi, racconti e caratteristiche fisiche di alcune popolazioni.

“Misty Woods” è l’album interamente acustico di Skoll. Un esperimento che diverse altre bands (Ulver, Borknagar, Finntroll) hanno proposto in passato. Com’è nata l’idea? Quant’è importante l’elemento folk nella musica di Skoll?

L’elemento folk è importantissimo per Skoll e anche per me, anche negli album “metal” ci sono spesso inserti acustici e di strumenti tradizionali, credo che contribuiscano molto bene a dare la giusta atmosfera ai brani. Il primo esperimento totalmente acustico risale al primo demo di Huginn (il mio vecchio progetto personale, chiuso nel 2000) “From The Wind”, dove avevo registrato chitarre acustiche, suoni d’ambiente e atmosfere rarefatte e riverberate; nel 1998, registravo “Tales (From The Ancient Times)”, demo totalmente acustico, embrione di “Misty Woods”. Al momento della composizione di “Misty Woods” sentivo il bisogno di esprimermi in maniera più intimistica, personale e oscura, senza le sfuriate tipiche del black metal, volevo creare un lavoro molto introspettivo, che magari non avrei nemmeno mai pubblicato, lo facevo principalmente per me stesso. Le registrazioni si sono protratte a lungo e sono caratterizzate da brani registrati in 2 studi differenti, uno scarsissimo, con suoni non ottimali, in cui però i brani hanno un valore molto simbolico, e altri migliori e registrati in maniera più professionale. Ho mantenuto quelle vecchie registrazioni perché erano state create in un dato periodo, sarebbe stato un controsenso rifarle, avrebbero perso quell’aura particolare… So che non è molto amato dai più, come album, ma (come ho già detto) l’ho fatto per me stesso sopra tutto. Ciò che hanno fatto le bands che hai citato, mi ha indubbiamente influenzato, ma, se vai a vedere quando avevo iniziato ad approcciarmi a queste sonorità, c’erano solo “Kveldssanger” degli Ulver e gli arpeggi malinconici di “Twilight Of The Gods” dei Bathory.

Se dico Bathory e “Blood Fire Death”…

Il mio primo album black metal, il mio primo album dei Bathory…Quando l’ho sentito la prima volta mi ha sconvolto, annichilito ed entusiasmato come pochi lavori prima di quello, non avevo mai sentito nulla del genere, mi aveva ucciso e fatto rinascere!Indubbiamente, assieme agli altri album di Quorthon, è la mia massima fonte di ispirazione musicale!

Hai mai pensato di portare la musica di Skoll in sede live?

Skoll ha suonato live pochissime volte, tra il 1995 e il 1999, quando era ancora una band, poi per ovvi motivi logistici e per una forma di mancanza di fiducia nel pubblico ho smesso di cercare date con Skoll. Qualche volta però ci penso, mi piacerebbe provare a portare Skoll sul palco, ma lo farei solo a certe condizioni qualitative; vorrei che il live di Skoll fosse un evento pienamente comprensibile, avvolgente e con un pubblico decente, cose molto difficili da trovare nei live underground degli ultimi tempi…

Un’ultima domanda a proposito della tua recente uscita dagli Opera IX, band della quale facevi parte da circa un decennio in qualità di singer. Vorresti chiarire i motivi di questa decisione, che immagino non sia stata presa a cuor leggero?

La decisione è stata meditata e sofferta a lungo ed è stata presa riguardo a diversi motivi, che vanno da questioni musicali a questioni filosofico-religiose, episodi accumulati nel corso degli anni, che hanno minato la mia voglia di restare nella band di Ossian, come ho già accennato nel mio comunicato ufficiale. Musicalmente non sopportavo più la presenza di tastiere sinfoniche esagerate, come ci sono ad esempio su “Stryx” (che tra l’altro sono state molto ridimensionate in fase di mixaggio da me e dagli altri fuoriusciti dagli Opera IX), non ero propenso alle nuove tematiche proposte da Ossian, che si allontanavano dal concept pagan, per abbracciare temi ancora più legati alla stregoneria, con forti connessioni con la Wicca (che non ho mai sopportato e non sentendola mia non riuscivo ad interpretarla), oltre che un ammorbidimento nei confronti del cristianesimo, che mi ha bloccato come e più del resto…Sono una persona coerente, estremamente coerente, cosa che so essere un pregio e un difetto assieme, e quindi ho preso la mia decisione e sono uscito dal gruppo. Non ho nulla contro Opera IX, ho avuto ottime esperienze e mi sono divertito nel corso di questi 10 anni, ma non potevo più farne parte, non in questa sua nuova incarnazione.

Bene, l’intervista si conclude qui. Lascio a te l’ultima parola e ti ringrazio per il tempo concessomi.

Ti ringrazio per il supporto che mi avete dato e che date all’underground, per l’intervista e lo spazio concessomi. Invito chiunque fosse interessato a Skoll a contattarmi sulla pagina.