MZ 412 – In Nomine Dei Nostri Sathanas Luciferi Excelsi

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Già autore di prove molto convincenti con il nome esteso di Maschinenzimmer 412 (ad esempio “Macht Durch Stimme” del 1991), con questo “In Nomine Dei Nostri Sathanas Luciferi Excelsi” – primo album realizzato con l’abbreviazione MZ 412 – l’ensemble infernale guidato da Henrik Björkk (aka Nordvargr, già nei Toroidh) approda ad un deciso cambiamento estetico e stilistico, dando vita ad un autentico capolavoro. Diversificandosi in modo piuttosto netto dai diversi altri progetti che ai tempi componevano l’inquietante rooster della celeberrima Cold Meat Industry (tra gli altri: Raison D’Être, Ordo Equlibrio, Brighter Death Now), i nostri si avvicinano ad un immaginario tipicamente black metal, fatto di face painting, croci rovesciate e tematiche legate al satanismo: nasce così il true swedish black industrial. Un genere che può dirsi a tutti gli effetti assolutamente originale e la cui paternità è ascrivibile senza discussioni a Nordvargr e compagni. Un genere che poco ha a che vedere musicalmente con il black metal ma che è affine a quest’ultimo a livello di atmosfere e di sensazioni evocate: un mix letale tra ambient dal sapore rituale, freddo e ripetitivo industrial, intrusioni rumoristiche, percussioni ossessionanti, qualche rara incursione chitarristica, dialoghi rubati chissà dove. Il tutto pervaso da un feeling così dannatamente blasfemo da rappresentare il sogno proibito di parecchie black metal bands e da veicolare un tangibile senso di paura ed angoscia, che si insinua nell’ascoltatore e lo accompagna per tutta la durata della macabra messa nera musicata dal gruppo. Dopo l’apertura affidata niente meno che alla voce distorta dell’allora Pontefice Carol Wojtila – impegnata ad invocare il demonio – è un susseguirsi di loop marziali, pattern ritmici cadenzati, momenti più dilatati ed altri dall’incedere quasi tribale, frequenze basse che penetrano nel cervello come un trapano appuntito: la band si mostra in tutta la sua impenetrabile oscurità, costruendo pezzi dalla struttura lineare ma estremamente efficaci. Inutile citare una canzone a discapito delle altre perché questo disco non presenta alcun passaggio a vuoto: il livello qualitativo si mantiene costantemente altissimo, senza cedimenti di sorta. Un masterpiece nero come la pece, imprescindibile nel suo grezzo minimalismo, che apre la strada agli altri pezzi da novanta che la band pubblicherà nel corso degli anni successivi (“Burning The Temple Of God”, “Nordik Battle Signs”, “Domine Rex Inferum” e “Infernal Affairs”).

REVIEW OVERVIEW
Voto
90 %
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