Ragnarok – Blackdoor Miracle

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Dopo la pubblicazione dell’ottimo “Arising Realm”, un classico a torto meno conosciuto di tanti altri, i norvegesi Ragnarok hanno vissuto un periodo di involuzione con gli insipidi “Diabolical Age” e “In Nomine Satanas”, non solo e non tanto per l’abbandono delle tastiere e la netta presa di distanza dallo stile sinfonico che caratterizzava quel che resta ancora oggi indiscutibilmente il loro miglior lavoro, quanto per una preoccupante ed evidente stasi creativa. Con questo “Blackdoor Miracle”, che segue di due anni il già citato e deludente “In Nomine Satanas”, si assiste invece inaspettatamente alla parziale rinascita della band guidata dal batterista (oggi cantante) Jontho, che sembrava avviata precocemente sul viale del tramonto: una band che, dopo quasi venticinque anni di onorata carriera, volenti o nolenti, rappresenta un pezzo di storia, forse minore ma nemmeno troppo, del black metal scandinavo. La formazione è per l’occasione completata dal chitarrista Rym e dal bassista Jerv (purtroppo deceduto di recente), mentre alla voce troviamo nientemeno che Hoest (mente e motore dei Taake, ma non c’è ovviamente bisogno di precisarlo), alla sua unica collaborazione con il gruppo, che con il suo timbro tagliente e demoniaco contribuisce in maniera decisiva ad aumentare il tasso di violenza e ferocia dell’album. Violenza e ferocia sono infatti le qualità principali di “Blackdoor Miracle”, un disco che predilige decisamente l’assalto all’arma bianca e che propone sonorità di classica scuola svedese, molto vicine ai coevi lavori di Setherial, Marduk e Dark Funeral, privilegiando la furia assassina a discapito dell’atmosfera, che pure non è totalmente pretermessa. L’album parte per la verità un po’ in sordina perché i due pezzi iniziali, intro a parte, sono abbastanza scolastici e poco ispirati, facendo presagire il peggio, ovvero l’ennesima prova scialba ed incolore, sulla falsariga dei due lavori precedenti. Ed invece da “Rites Of Geburah” in poi il disco cambia decisamente marcia ed i Ragnarok dimostrano di essere ancora in grado di fare sul serio, inanellando una serie di brani assai convincenti, nei quali la brutalità maligna è magistralmente unita ad uno spiccato gusto per le melodie più sinistre e sulfuree, senza trascurare qualche puntatina in territori thrash, come ad esempio nella distruttiva “Murder” che, con il suo riff incalzante che si stampa immediatamente nella testa dell’ascoltatore, si eleva ad episodio migliore del lotto. Sono da segnalare anche la morbosa ed infernale title track (“torture her, torment her, take her life / she’s dreamt of it for such a long time”), che i nostri propongono ancora regolarmente in sede live, la trascinante e belluina “Bless Thee For Granting Me Pain” e la conclusiva “Journey From Life”, sorretta da un’insinuante ed ossessiva melodia, che rappresenta il pezzo meno “svedese” e più “norvegese” di tutta l’opera. La prestazione dietro le pelli del buon Jontho è come sempre precisa e senza sbavature: il nostro è una macchina da guerra inarrestabile ed è praticamente perfetto sia nel mitragliare senza posa per sostenere i passaggi più veloci e ferali sia nel sottolineare in modo impeccabile i vari cambi di tempo. “Blackdoor Miracle” non raggiunge a mio avviso le vette di “Arising Realm” a causa di qualche passaggio a vuoto, comunque limitato, ma si rivela un album compatto e micidiale e, a conti fatti, resta il secondo miglior lavoro dei Ragnarok. Da ascoltare e da avere (copertina davvero bruttina a parte).

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