Immortal – Northern Chaos Gods

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Ed eccoci tornati di nuovo davanti all’inquietante portone nero che ci porta a Blashyrkh ma stavolta dobbiamo stare molto attenti ad aprirlo. Il Mighty Ravendark è decisamente incazzato per essere stato rinchiuso tutti questi anni forzatamente – esattamente nove fottuti anni dall’uscita del controverso “All Shall Fall” nel 2009 (e quasi venti dalla latitanza fisica di Demonaz dalla sei corde) – , e promette sfracelli a chiunque voglia addentrarsi nelle terre ghiacciate del mondo da lui sapientemente governato. Inutile ricordare le vicende che si sono create attorno e dentro la band in questi ultimi lunghi  anni, ci vorrebbe un capitolo intero di un volume di storia della facoltà di lettere per raccontarle, sta di fatto che ora la creatura Immortal è orfana del suo personaggio più carismatico, e forse scomodo, Abbath, che ha ormai la sua bestia autointitolata e calca i palchi di mezzo mondo incessantemente, dopo aver pubblicato un album decisamente discreto, e offrendo performance live di tutto rispetto. Horgh e il rientrante Demonaz alla chitarra e, in veste inedita, dietro al microfono, saranno all’altezza senza il loro ex compagno di merende nelle foreste con asce e alabarde? Onestamente pensare a un disco degli Immortal senza la sua voce, che può piacere o meno, è come pensare a un disco dei Guns n’ Roses senza la voce di Axl. Ad ogni modo a darci il benvenuto in maniera decisa su questo nuovo episodio narrante le lande desolate del mondo ghiacciato è  la title track, e lo fa nel migliore dei modi possibili, con sferzate di vento gelido provocato dal blast e la doppia cassa di un inferocito Horgh e riff al limite del thrash. Il Blashyrkh è stato risvegliato per avvolgere ancora una volta il mondo nel freddo e nell’oscurità e con esso gli “Dei del Caos del Nord”. Il vento e la neve ci accecano ma non c’è un attimo di tempo per tirare fiato perché il duo norvegese (con il sapiente aiuto di un Peter Tägtgren al basso così come in consolle) ci attacca frontalmente con la seguente “Into Battle Ride”. Il lavoro di Horgh dietro le pelli è pazzesco, riempie le canzoni in modo meticoloso e mai eccessivo, la tecnica lascia spazio al gusto, sembra un demone con dieci tentacoli; implacabile per tutto il disco. E’ ovvio che la prima cosa che andiamo ad analizzare è la voce di Demonaz che, nonostante leggerissime similitudini con quella di Abbath, gode di vita propria e non cerca mai l’emulazione: c’è da dire che spesso difetta di espressività e risulta essere un po’ monocorde durante l’ascolto complessivo del disco, peccando di enfasi e venendo meno in alcune sfumature melodiche che avrebbero valorizzato alcuni passaggi più atmosferici. La produzione è bestiale, non pacchiana ci mancherebbe, ma curata e potente, valorizzando soprattutto il drumming e le aperture melodiche di chitarra, evitando suoni a zanzara o eccessive distorsioni. Tutto suona in maniera equilibrata e devastante senza lasciare nulla al caso. “Così è come gli Immortal dovrebbero suonare oggi“, gracchia Demonaz, “questo è un album che rende omaggio non solo a ciò che siamo oggi ma anche al nostro passato musicale“. “L’idea era quella di realizzare l’album definitivo sia per noi che per i fan degli Immortal“, continua, “Un ultimo viaggio attraverso Blashyrkh, il regno di tutte le tenebre e del freddo“. “Northern Chaos God”  è una tormenta che agita le fondamenta stesse del black metal contemporaneo. Con furore rabbioso, aggressività sbalorditiva e un freddo inquietante che si insinua profondamente nelle ossa dell’ascoltatore dopo solo pochi secondi inesorabili, i veterani del culto nero hanno ulteriormente alzato l’asticella creando dal nulla, quando tutti li davano per morti e sepolti, un album che aggiunge un tassello fondamentale alla discografia della band con un distillato di tristezza che ancora una volta porterà la band sul trono di ghiaccio del black metal norvegese. Nessun filler tra gli otto brani imponenti e affilati come iceberg, nessuna intro o outro, no female vocals o orpelli da femminucce, solo tempeste di neve e tenebre, tra le quali si toccano punte di eccellenza con l’epicità di “Where Mountains Rise” e l’oscurità di “Mighty Revendark”, con tematiche che sottolineano ancora una volta la loro appartenenza a un mondo parallelo, estraneo da ciò che circonda l’uomo comune nella sua quotidianità. L’ascolto ti trasporta in lande desolate e deprimenti dove sai benissimo che le intemperie o qualche battaglia sono sempre dietro l’angolo.  C’è tanto Demonaz in questo lavoro, infatti più di qualche volta la struttura melodica delle composizioni mi riporta al suo album solista del 2011 “March Of The Norse” e ciò non è per nulla un male, anzi, certe venature melodiche vengono ulteriormente enfatizzate anche se, come anticipato prima, non del tutto valorizzate con armonizzazioni e una voce che nel lungo appare un po’ piatta e monocorde. Il ritorno degli Immortal, oltre aver dato una bella scossa non solo al mondo black, del quale oggi sono emblema e simbolo, ma a tutto l’ambiente metal in generale, lo si può definire assolutamente un buon come back, destinato a crescere negli ascolti pur non inventando nulla di nuovo e non essendo un capolavoro; un connubio tra le prime e le ultime release che in alcuni tratti potrebbe sapere di risentito o leggermente forzato: ma loro non devono dimostrare nulla a nessuno, loro sono gli Immortal.