Nachash – Phantasmal Triunity

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A tre anni dall’ep di debutto, ecco che arriva sugli scaffali (per lo più virtuali) il debut album dei norvegesi Nachash. Nonostante la nordica provenienza del power trio, Nachash vuol dire serpente in lingua ebraica e ciò si evince pure dal logo che spadroneggia sulla copertina (bruttina a dire il vero). Se la classe non è acqua questi ragazzi di Oslo lo mettono per iscritto con solchi ben profondi in questo dischetto digitale. Sei tracce per un totale di trentasei minuti di un metal ben studiato e mai ruffiano le cui origini sono lontane e profumano di ambienti eleganti e retrò. Dopo vari ascolti di “Phantasmal Triunity” non sono riuscito a delineare all’interno di un recinto definito la proposta estrema offerta da questi tre loschi figuri. I Nachash infatti non conoscono confini né sono di facile categorizzazione, tuttavia è intuibile quale sia il loro background. Definirlo black metal aiuta noi recensori a mettere nel calderone questo disco ma non è del tutto appropriato e spieghiamo il perché. Ciò che appare già dalle primissime note di questo “Phantasmal Triunity” è l’intento della band di trasportare l’ascoltatore in meandri paralleli, usare uno stargate per un viaggio nel tempo, un tempo alternativo tra divinità diaboliche e grandi ambienti desolati.

Le vocals di “A” sono prettamente black/death, non possiamo dire altrimenti, ma la struttura dei brani strizza l’occhio costantemente al repertorio classic così come alle radici thrash e death, intrecciandosi e fondendosi sapientemente senza far sembrare il tutto una mera forzatura. E se l’intro “Red Death Eclipse” ha quel retrogusto di thrash teutonico, la prima vera e propria canzone “Apex Illuminous” ricorda ben più che vagamente “At War With Satan” dei più famosi Venom. In tutte le tracce latita il blast in favore dei midtempos o comunque di fraseggi sempre cadenzati che puntano più sul pathos che sulla velocità fine a se stessa. Le ritmiche sono sempre articolate, mai banali e i cambio tempo sono alla regola del minuto, continui e onnipresenti, e con il loro incedere portano l’ascoltatore all’interno del loro labirinto confondendolo, stordendolo per poi conquistarlo. Per renderci conto di quel che dico basta ascoltare l’ipnotica “Vortex Spectre” o la lunga e finale “Elder Night”, un autentico viaggio che ti porta in terre desertiche dove si viene trascinati in un turbine di emozioni contraddittorie. Quasi quaranta minuti che volano e che si assimilano col tempo concedendo sempre nuovi particolari a chi ascolta il disco attentamente, come fossero gli angoli inesplorati di una grande città immersa nel buio. La produzione pulita e con suoni ben definiti funge da ciliegina su questa torta allucinogena avvalorando la riuscita di questo lavoro, che mi sento di consigliare non solo agli amanti della musica più estrema, come qualche oltranzista blackster che sogna di bruciare qualche tempio sacro, ma anche ai più tranquilli che vivono di birra rossa e Iron Maiden. La strada per la consacrazione rimane lunga e tortuosa, ma le premesse per affermarsi in questo muzicbiz sempre più affollato qualitativamente e, soprattutto, quantitativamente, ci sono tutte.

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