Into The Cave – Insulters Of Jesus Christ

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Quando penso al Brasile ho delle immagini all interno della mia testa come se fosse una terra solare e di sicuro sollazzo; basta pensare al noto carnevale di Rio, alle lunghe e dorate spiagge e ai bikini che coprono curve come quelle del “tabaccaio” del circuito Formula 1 di Monaco. Ma non solo, mi vengono in mente le formidabili giocate di personaggi noti ai più come Ronaldo e Ronaldinho, le metropoli con i grattacieli e freschi cocktails da gustare in compagnia di qualche bella signorina. Tutte queste belle immagini, che mi han fatto subito indossare un costumino variopinto e una ghirlanda di fiori al collo, vengono immediatamente smontate nel preciso momento in cui inserisco il nuovo cd degli Into The Cave nel lettore. Ebbene sì, come sempre più spesso accade, abbiamo a che fare pure stavolta con l’ennesima band di metallo estremo proveniente dall’America del Sud, più precisamente da Rio De Janeiro, metropoli con la statua del Cristo più visitata al mondo. Tuttavia penso che Bitch Hünter, chitarrista, fondatore e unico superstite della prima incarnazione della band dal 2012, insieme ai suoi prodi compagni bestemmiatori non siano mai stati in mezzo ai turisti ad ammirare il panorama della loro bella città ai piedi di suddetta statua. Partiamo col dire che gli Into the Cave sono marci e beceri, suonano una sorta di black death metal dalle fortissime tinte thrash, soprattutto per quanto riguarda il riffing di chitarra di piena ispirazione old school, anche se la voce più che volentieri si rifà ai dettami di derivazione death quasi al limite del grind. All’interno di questa seconda fatica in studio (terza se si considera uno split), sappiamo già cosa possiamo aspettarci considerato un titolo alquanto altisonante come “Insulters Of Jesus Christ”: suoni ovattati, una voce mefistofelica proveniente dall’oltretomba, testi lussuriosi e satanici. Tutti bellissimi ingredienti che ci fanno gola solo a immaginarli, confezionati ad hoc da questi quattro debosciati, con una genialissima cover rappresentante una sorta di demonio pancione intento ad occuparsi personalmente della flagellazione del Cristo, posto in modo fetale nell’angolo di una grotta dove, presumo, abbiano registrato il disco gli Into The Cave. Ma come suonano questi figli del demonio? Devo dire che ci sanno fare, non sono per nulla male sia come musicisti singolarmente parlando che come compositori per il genere proposto ma… esatto, c’è un “ma” grosso quanto una casa. L’album dura trentacinque minuti di massacro uditivo, non c’è spazio per nient’altro che per la furia spietata dei quattro brasiliani intenti a massacrare strumenti e bestemmiare, cercando di far capire che loro pestano più di chiunque altro. Le ispirazioni ai primitivi Slayer, Sodom, Sarcofago e Destruction sono ben presenti e i nostri amici non se ne vergognano: basta sentire la ottima “Massacre Bestial”, così come “Pure Filth From The Grave”, con il loro riffing tritaossa degno delle migliori thrash metal band della decade ottantiana.

Spicca tra tutte le tracce la maestosa “Heretic”, di sicuro il migliore pezzo del lotto nonché il più “particolare”, considerato il leggero uso di tastiere demoniache nella parte iniziale, per poi tornare sui binari del thrash puro e acerbo come una banana verde, un brano che da solo rende meritevole di almeno un ascolto tutto il full lenght. Ricollegandoci al “ma” espresso prima devo purtroppo considerare nell’omogeneità questo lavoro, sì pienamente sufficiente ma non del tutto buono: le idee e le basi ci sono e i ragazzi fanno il diavolo a quattro ma la voglia di skippare alcune tracce è davvero alta, troppo simili, troppo impastate e incapaci di darti quel sussulto, di farti drizzare le orecchie come fa un cane quando sente il padroncino all’uscio della porta di casa. Spesso manca quel riff che ti fa sbattere la testa involontariamente, che ti coinvolge; le linee vocali in queste stesse tracce risultano essere spesso troppo simili, al limite dell’indistinguibile, con un growl che è esageratamente monocorde e privo di espressività, quasi come soffocato e forzato, un netto passo indietro rispetto al precedente vocalist R. Inkubus, dotato di uno scream decisamente più consono alla causa. Alle sopraccitate canzoni, degne davvero di nota, ne aggiungo altre due o tre che al sottoscritto non sono dispiaciute ma il resto è da rivedere con un pizzico di personalità in più, senza che questo sia per forza una critica; il genere proposto, nella sua primordialità, è davvero difficile da reinventare senza cadere nella trappola del ridicolo o toccare territori non consoni. Mi sento pertanto di promuovere gli Into The Cave ma rimandando a settembre qualche materia che di sicuro, nel prossimo album in studio, riusciranno a rimediare, facendo un ulteriore passo in avanti, magari recuperando le cose migliori del loro primo full lenght.

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