Woebegone Obscured – The Forestroamer

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Spesso e volentieri nella quotidianità, quando si è a pranzo tra colleghi, amici, o più semplicemente si beve una birra al pub, si finisce per parlare di argomenti sui quali non si è propriamente preparati,  pertanto si ha difficoltà ad addentrarsi nello specifico o si cerca, per lo meno, di attutire i colpi in qualche modo. Questo è per me il rapporto con una certa frangia di doom metal, quella più estrema, genere ostico ai più, di sicuro impatto ma di difficilissima assimilazione per via dei tempi dilatati e compassati, linee vocali al limite della litania e, spesso e volentieri, linee melodiche quasi inesistenti (se di melodia in senso stretto si vuole parlare). Ecco il mio primo approccio con “The Forestroamer”, terzo full lenght dei danesi Woebegone Obscured, di sicuro non è stato amore a prima vista così come non è amore adesso dopo svariati ascolti… tuttavia c’è un ma. Il ma risiede nell’assoluta qualità di questa release. Un viaggio spirituale nell’animo umano più oscuro e malinconico; il perdersi in un bosco intricato dove non si trova la via di fuga per il mondo reale e veniamo sommersi da profumi di una volta, come quello della terra bagnata da un ruscello che crea una naturale musica in unisono col cinguettio di uccelli dalle razze più particolari e affascinanti, l’odore inconfondibile del muschio e l’umidità che impregna le cortecce degli alti e folti alberi sopra la nostra testa. Immagini sognanti dove il colore principale è il verde con tutte le sue sfumature, immedesimarsi con ciò che ancora ci regala un barlume di speranza oggi, la natura incontaminata, sempre più rara da trovare; la rugiada sulle foglie che ci bagna delicatamente il viso e gli abiti al nostro passaggio e il cielo azzurro e limpido che si lascia ammirare negli spazi lasciati liberi dagli alberi che svettano fieri come grattacieli naturali. Questa pacifica serenità è interrotta improvvisamente da nubi grigie e cariche di pioggia, rappresentate in questo caso dal cavernoso growl di Danny Woe. I ritmi sono lenti, e ciò che prima era etereo e sognante diventa un’ostica realtà nella quale cerchiamo di sopravvivere; il cielo azzurro è diventato nero pece, le profumate foglie con la rugiada ora sono rovi col sangue delle ferite che ci procurano al nostro passare, una camminata lenta come i riff che disegnano Quentin Nicollet e Martin Jacobsen lungo le loro lunghe ed intricate composizioni, gli uccellini sono per magia diventati animali dall’aspetto minaccioso e poco propensi a fare amicizia. Ma basta un nonnulla che tutto torna come prima, il cielo si apre e le atmosfere ritornano sognanti così come la voce pulita e drammatica di Danny Woe che ci riaccompagna dolcemente lungo il nostro magnifico tragitto nella natura apprezzando lentamente tutto ciò che ha da offrirci.

“The Forestroamer” si conferma un album di extreme funeral blackened doom che può essere davvero ostico all’ascolto, la lunghezza dei brani e la loro complessità, cosa comune con gli altri full lenght ed ep prodotti dalla band, fa sì che chi non è appassionato del genere non riesca ad apprezzare l’arte di questi quattro danesi. La lentezza dei riff, talmente compassati e sincopati da farti perdere il respiro è una dieta riservata solo a stomaci forti così come il growl e lo scream davvero acido, dal quale abbiamo delle pause grazie al buon clean che, personalmente, avrei usato in quantità decisamente maggiore su tutto il lavoro. Questo è un album che va ascoltato preferibilmente in cuffia, con un buon drink tra le mani e le luci soffuse, che si rivolge a un pubblico di nicchia che ama i tempi da 2 bpm, lenti e striscianti come un rettile in attesa di acciuffare la sua preda. Se siete tra questi pochi eletti vi troverete tra le mani un gioiello di inestimabile valore, suonato in maniera impeccabile e prodotto con cura e dedizione, a partire dall’artwork sino ai suoni del disco; invece chi, come me, non è amante del genere e vuole comunque dare una chance a questo prodotto non ne rimarrà deluso perché, in fin dei conti, la classe non è acqua, e qui l’acqua è quella di un fiumiciattolo che attraversa delicatamente un bel bosco nel quale, per questa volta, vale la pena perdersi.

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