Rodent Epoch – Rodentlord

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Soventemente ti capitano tra le mani dischi che, nell’essere così ignoranti al limite del pessimo, sono avvolti da un fascino particolare tutto loro e finiscono per piacere appunto per quello. Sarà la spontaneità o la genuinità della proposta che non scende a compromessi, ciò non è dato a sapere. Questa volta chi ricalca questa falsa riga, anche se solo in parte, sono i finlandesi Rodent Epoch, nati nel 2002 sotto il moniker From The North, per poi cambiarlo con quello attuale nel 2009, al loro esordio sulla lunga distanza dopo qualche misera uscita in dieci anni con un demo e un ep. L’elementarità di questo “Rodentlord” è davvero totale, partendo da una cover crepuscolare arrivando a una produzione scarna e di basso livello a rendere il tutto ancora più becero. Il terzetto suona grezzo e rozzo, una sorta di primordiale black metal dai connotati punk e hardcore che, mescolati, generano una pozione killer che difficilmente lascerà indifferente l’ascoltatore. I riff sono basici, ripetuti all’infinito sino a portarti alla pazzia e privi di qualsivoglia intelletto musicale, improntati quasi esclusivamente all’impatto, al pogo e alla distruzione di massa. Armonie e melodie queste sconosciute, manco l’ombra, solo grugniti come se a cantare fosse un ubriaco che, rantolando, chiede qualche spicciolo per potersi comprare l’ennesima birra al discount dietro l’angolo.

Tempi sostenuti si alternano a sporadici midtempos senza una pianificata logica, creando comunque un groove efficace in più di un episodio, soprattutto quelli che tendono maggiormente al punk core senza mai dimenticare che i Venom comunque han fatto la storia. Canzoni come la titletrack o “Nemesis Necro” sembrano uscite da un disco punk anni ottanta, sia come struttura che come attitudine, mentre la sfaccettatura più prettamente black fa capolino in “Red Heavens”, probabilmente il brano più “complesso” del lotto nonché il più lungo con i suoi otto minuti abbondanti (la conclusiva “Funeral Master” figura più lunga ma è comprensiva di outro), forte di una variabile atmosferica centrale che, nonostante sia anch’essa elementare, crea un discreto pathos e funge da ponte tra un genere atmosferico e intimista come il black con uno arrogante e anarchicamente imprevedibile come il punk. Il resto della tracklist passa da un urlo sacrificale a un grugnito, licantropi che ululano sotto la luna piena e scimmie che si battono il petto in senso di sfida, tutto scorre tranquillo anche se decisamente monocorde con l’ombra della noia e della monotonia sempre alle spalle, ma tenendo botta sino alla fine. “Rodentlord” sarà un disco che ascolterete qualche volta in preda a una sbronza aggressiva per poi conservarlo tra gli altri dischi e levargli la polvere di tanto in tanto dopo esservi trasformati in un pipistrello ubriaco. I Rodent Epoch sono questo. Prendere o lasciare.

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