Imperialist – Cipher

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Chi non ha visto il film capolavoro “Interstellar” alzi la mano. Nessuno?! Bene. A quanti è piaciuto? Alla metà dei presenti? Bene! Quanti l’hanno capito? Ok, siete in pochi, ma va benissimo così. Come tutte le cose più complesse spesso è necessario rileggerle, rivederle o, come in questo caso, ascoltarle più volte per capirle a fondo, captare i messaggi che ci dovrebbero trasmettere, saper interpretare al meglio tutte le sfaccettature e, molto spesso, non basta neppure questo. È un lungo viaggio nel cosmo “Cipher”, primo full lenght in otto anni di attività per gli americani Imperialist ed esprime in ognuna delle sue tracce l’illusione fantascientifica di mondi misteriosi e desolati, la teoria della singolarità e altri fenomeni dell’universo avvolti dall’entropia trasformata in musica implacabile e potente che raffigura immagini di un universo insidioso, un viaggio interstellare che spazia tra galassie sconosciute spingendosi dentro buchi neri capaci di trasportarti in altrettanti dimensioni fittizie e alienanti. Grazie alla struttura complessa e intrecciata delle canzoni l’ascoltatore sarà trasportato in uno stato di isolamento impotente nelle profondità più oscure del multiverso; gli Imperialist si sono basati oltre che sul creare un’atmosfera assolutamente estraniante dalla realtà, sull’importanza che ha la musica per trasferire la mente umana all’interno del concept fantascientifico e illusorio; tutto suona freddo quanto il pianeta Urano, diretto nella sua intricatezza e letale. La band minuto dopo minuto evolve e perfeziona il suo black metal di natura non tradizionale enfatizzando le sensazioni che deve trasmetterti; prima confondendoti, come a voler schivare una pioggia di meteoriti, sino a poi farti schiacciare al sedile con una “velocità di fuga” che sfiora i 40.000 km/h volendo superare il record dell’Apollo 10.

Nel rileggere le righe qui sopra mi compiaccio, in quanto credo di aver trasmesso quello che volevo, ossia la confusione, quel senso di impotenza e totale vulnerabilità che si avrebbe nello spazio, l’essere delle nullità nei confronti del nero infinito. “Cipher” è un disco che posso tranquillamente definire maturo sotto svariati punti di vista, considerato che si tratta sempre e comunque di un debut album, nonostante gli artefici non siano propriamente dei novellini. Ciò si evince dalla struttura stessa di tutto il lavoro nel suo complesso, partendo da un bellissimo artwork visionario e perfettamente riuscito che si amalgama eccezionalmente alle atmosfere del disco; passando da una produzione essenziale, pulita, potente ed efficace che non eccede mai in modernismi ma non tralascia in nessun caso l’utilità della tecnologia; e infine grazie a ogni brano contenuto nel platter. Oltre cinquanta minuti di musica che basa le sue fondamenta in un metal dalle tinte variegate, che viaggia sulla sua navicella spaziale tra territori più prettamente black all’avanguardia ma attinge agevolmente anche dal death più sofisticato, senza dimenticare il buon vecchio thrash più compresso e ovattato. Oggi questo viene chiamato più semplicemente blackened death metal, e noi ci facciamo andare bene questo termine per non perderci in cazzate. Tutto ciò è croce e delizia di “Cipher”, un album che nella sua estrema complessità scorre in maniera semplice ma, a mio parere, mancando di quell’highlight che gli avrebbe fatto fare il balzo oltre che qualitativo anche mnemonico; infatti i brani scorrono benissimo ma hanno il leggero difetto di somigliarsi parecchio sia per struttura che per mood, tant’è che in definitiva non si riesce a trovarne uno che risalti sugli altri, risultando quasi interscambiabili. Con difficolta, considerata comunque la qualità media elevata del lavoro, posso citare l’opener “The Singularity”, dannatamente “thrashy” nel suo marciare quasi militaresco, per poi trasformarsi a tutti gli effetti in una black metal song che mette tutti d’accordo, o la conclusiva e velocissima “Mercurian Dusk”, che ti fa congelare pure in una calda mattinata di luglio,  senza tralasciare la devastante “Chronochasm” e la più diretta “Umbra Tempest”. Un disco che, tanto complesso quanto lineare nel suo vortice folle, non ha nulla fuori posto e riesce nel suo intento di trasmettere all’ascoltatore le sensazioni di perdizione e impotenza come se si trovasse nel bel mezzo di una guerra galattica. Per me è un si. Promossi a mani basse.

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