Deathhammer – Chained To Hell

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Sergeant Salsten e Sadomancer sono tornati e con loro un’orda di zombies, morte e blasfemia al nostro servizio. Il duo norvegese non cambia le coordinate e ci propina pertanto mezz’ora di thrash metal primordiale, lontano anni luce da quello più delicato e amabile reso famoso dai mostri sacri della Bay Area; questo è un biglietto di sola andata per gli inferi. Tutto suona old school come se fosse una demo degli Slayer ante “Show No Mercy”, che incontrano Cronos ubriaco e qualche thrash metal band locale e decidono di jammare dopo qualche decina di casse di birra. Il suono volutamente malsano e violento è il marchio di fabbrica dei Deathhammer pure in questa nuova fatica che porta il nome di “Chained To Hell” e ci fa piombare totalmente negli anni ottanta, tra jeans elasticizzati sbiaditi, combat jacket, reebok alte con linguettona fuori da manuale e le immancabili sbucciature sui gomiti dovute alle innumerevoli cadute dallo skate. Il tutto abbellito da un retrogusto di birra da discount scaduta e senza gas che solo all’idea fa salire il rigurgito del pranzo di Pasqua 1995.

Detta così pare che questo disco sia davvero una schifezza, ma è così solo in parte, perché i thrashers in questione volutamente vogliono fare schifo nel modo di proporre la loro musica becera e senza compromessi, che punge l’ascoltatore come il diavolo punge gli angioletti col suo forcone rovente e arrugginito, ma c’è da dire che musicalmente non c’è nulla da rimproverare a questi giovani ragazzi a malapena trentenni e già al quarto full lenght (senza contare la miriade di split ed ep) e in ballo già da oltre dieci anni! I riff sono sparati con violenza e velocità incontrollata, come se dovessero fare una staffetta contro un Bolt dopato. I vocalismi sono elementari ma efficaci, la tecnica sta sotto zero ma funziona: urla di sofferenza e acuti ultrasonici che ricordano un Tom Araya fatto di grappa del nonno e ruggiti che pronunciano parole rese incomprensibili. “Rabid Maniac Force” ci dà il benvenuto come se fosse un buttafuori incazzato a suon di pugni in bocca, e da lì la strada, a denti rotti, sarà tutta in discesa. Velocità assassine e l’antimelodia compressa in otto minimali ed essenziali tracce tra le quali addirittura spicca una strumentale intitolata “Into The Burning Pentagram”, ma i Metallica possono stare sereni, non sarà menzionata come la nuova “Orion”, anche se nella sua semplicità rimane un break piacevole nell’ascolto del disco. La scaletta è priva di sussulti, il focus è semplicemente stordire l’ascoltatore e lasciarlo rincoglionito, non mi spiegherei altrimenti. Ma questo è il fascino del disco, la sua essenzialità primitiva, un troglodita con mutandoni di cuoio che si batte il petto come una scimmia, l’ignoranza fatta musica, il thrash fatto ignoranza. Tuttavia sarebbe imprudente non menzionare canzoni come “Satans Hell”, “Black Speed Inferno” o “Threshold Of Doom”, che compongono cronologicamente la prima parte del platter, contenenti dei riff tritaossa nonché un approccio tanto primordiale quanto selvaggio, che è innegabilmente affascinante per una release in uscita ad ottobre 2018! “Chained To Hell” è un album sincero e basico, nel senso che qui la tecnica non è di casa, non possiamo dire altrimenti; ma questo è il suo punto forte, l’immediatezza, anche se è doveroso dire che a livello strumentale i passi in avanti si vedono soprattutto dal punto di vista del songwriting, leggermente più vario (!!!!!!!!! ovviamente prendere con le pinze questa definizione) e da quello solistico (decisamente accattivanti i solos di chitarra in più occasioni). Un disco per gli amanti del genere che non cercano il nuovo masterpiece dell’anno, ma di sicuro, tra la copertina (davvero ben riuscita e dal gusto volutamente retrò), una produzione scarna, testi bizzarri e la furia dei due musicisti qualche ora di torcicollo non ce la leva nessuno.