Impaled Nazarene – Suomi Finland Perkele

0
648

“When i think of true punk rock bands i think of Nirvana and The Melvins” era il titolo di una vecchia canzone degli Anal Cunt. Ecco, io invece quando penso ad una vera punk rock band, penso agli Impaled Nazarene: perché questi pazzi finlandesi incarnano perfettamente l’attitudine punk per il loro essere irriverenti, musicalmente anarchici, iconoclasti, assolutamente eccessivi, a tratti esasperatamente nazionalisti ma anche grassamente ironici. “Suomi Finland Perkele” è il terzo parto malato della creatura guidata da Mika Luttinen, ritratto nel booklet con maschera antigas d’ordinanza e qui splendidamente coadiuvato dal fratello Kimmo alla batteria, da Jarno Anttila alla chitarra e da Taneli Jarva (ai tempi anche nei Sentenced) al basso. Le precedenti fatiche della band di Oulu (“Tol Cormpt Norz Norz Norz…” e “Ugra-Karma” rispettivamente del 1992 e del 1993) erano due ordigni nucleari di puro black-grind-noise, che strizzavano l’occhio più ai vari Extreme Noise Terror e Sadistik Execution che all’allora emergente scena black scandinava; questo terzo full length è invece per certi versi più maturo, incredibilmente vario, certamente più freddo e chirurgico ma senza perdere un’oncia dello spirito sovversivo degli esordi. “Suomi Finland Perkele” è un malefico frullato nel quale influenze disparate convergono e si ibridano a vicenda, nel nome del caos e dell’aggressione sonora senza compromessi. Abbiamo così le scorie grind/crust del debutto, affilate dal gelo di un riffing black fino al midollo che rende stilettate mortali pezzi brevi e taglienti come “Genocide”, “Vitutuksen Multihuipennus”, “Steelvagina” e “Kuolema Kaikille (Pamsi Meille)”(“morte a tutti tranne che a noi”; ecco lo scherno fare capolino). Abbiamo le torbide e cupe melodie di “Blood Is Thicker Than Water”, probabilmente la prima canzone black metal a raccontare quella che in fondo è una storia d’amore dal finale tragico. Abbiamo le lugubri e ritualistiche tastiere di “Quasb/The Burning”, canzone che recupera per molti aspetti il feeling arcano e malato di tanto black finlandese della prima ora (Beherit su tutti). Abbiamo i ritmi più cadenzati della mefistofelica “The Oath Of The Goat”, che parte come una sulfurea invocazione ed esplode in un finale devastante e sguaiato. Abbiamo il rock’n’roll motorheadiano della drogatissima “Let’s Fucking Die”, assolutamente travolgente nella sua lineare semplicità. Abbiamo l’assalto frontale di “Ghettoblaster”, canzone che sintetizza quello che si deve intendere nei secoli dei secoli quando si parla di punk-black e che segna anche il futuro percorso musicale del gruppo, il quale dal successivo “Latex Cult” in poi renderà sempre più evidente questo frangente della propria musica, forse a scapito di altri, qui invece ben presenti. Abbiamo infine “Total War-Winter War”, altra rasoiata black che con il suo sing-a-long iniziale ancora oggi infiamma le esibizioni live di Luttinen e compagni. Insomma un lavoro favoloso, ai margini del black come allora cominciava ad essere inteso (quello norvegese in sostanza) ma per questo forse ancora più dirompente ed a suo modo innovativo. In quel 1994 così fortunato per la musica nera, nel quale videro la luce pietre miliari come “Transilvanian Hunger”, “In The Nightside Eclipse”, “Hvis Lyset Tar Oss” e “De Mysteriis Dom Sathanas”, anche la Finlandia lanciava il suo furioso grido di battaglia, compresso nei trenta folli minuti di questo disco che qualsiasi appassionato dovrebbe obbligatoriamente conoscere a memoria: do you want total war?