Burzum – Belus

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Avere tra le mani un nuovo album di Burzum nel 2010 sembra una cosa quasi incredibile, a ben undici anni di distanza dalla pubblicazione del controverso “Hliðskjálf”, che pareva dovesse rappresentare l’epitaffio musicale di colui che forse più di chiunque altro ha incarnato lo spirito, l’attitudine ed anche le contraddizioni del black metal. Invece, dopo circa quindici anni trascorsi nelle patrie galere per le note vicende legate all’omicidio di Euronymous, ai roghi delle chiese norvegesi e ad altri reati minori, Varg Vikernes torna in libertà e, dopo la parentesi rappresentata dai due albums ambient concepiti e registrati in carcere, si riappropria di quell’arte nera che all’inizio degli anni novanta ha contribuito a plasmare sfornando dischi universalmente riconosciuti tra le pietre miliari del genere, fonte inesauribile di ispirazione per centinaia di gruppi sparsi per il globo. Il lungo periodo di privazione della libertà ha in qualche modo reso impermeabile il Conte dalle mille “deviazioni” che il black metal delle origini ha conosciuto in questi anni e questo disco profuma davvero di antico, come se fosse stato concepito e suonato nel 1993 anziché oggi. Varg ha senz’altro riacquistato quel gusto per un riffing lineare, struggente e malinconico, ripetuto all’infinito puramente e semplicemente, che da sempre costituisce uno dei tratti distintivi della sua musica. “Belus” é però un album che si differenzia parecchio rispetto ai precedenti lavori di Burzum (e non poteva essere altrimenti) soprattutto per due aspetti, tutt’altro che trascurabili, ovvero il cantato e la produzione. La voce é uno screaming molto più canonico rispetto al passato, sicuramente espressivo, ma nulla a che vedere con il latrato disperato da cane sgozzato che in molti avevano invano cercato di imitare. A ciò si aggiunge l’utilizzo in svariati frangenti di un cantato pulito sussurato, abbastanza atipico per i consueti standard burzumiani, ma comunque efficace. La produzione risulta più levigata e cristallina che nei precedenti dischi (tra questo album e “Filosofem” c’é un vero abisso da questo punto di vista), anche se la sporcizia dei suoni resta, così come resta una chitarra registrata a volumi molto alti, specie negli assoli. Resta anche una sezione ritmica che sacrifica il basso, comunque più in evidenza che in passato, e che vede una batteria suonata nel classico stile Burzum: monocorde e senza fronzoli, con ampio uso dei piatti. L’elemento di maggiore novità é forse rappresentato da un certo feeling pagano che si respira lungo tutta la durata del disco e che ben accompagna musicalmente il concept, incentrato sulla storia leggendaria di Belus, il Dio Bianco della mitologia indoeuropea, la sua morte, la sua discesa negli inferi e la sua definitiva resurrezione. Dopo una brevissima intro, parte “Belus’ Doed”, brano che inizia con un riff molto simile a quello di “Jesu Død” e che successivamente si dipana attraverso ritmi cadenzati e sognanti, a delineare un mid tempo di sicura presa. É quindi la volta di “Glemselens Elv”, vera gemma del disco, degna dei classici del passato: dodici minuti di agonia profonda, sostenuti da un riffing ossessivo e circolare, sul quale si incastrano splendidi e acutissimi assoli. Dopo questo inizio molto promettente, la prima parziale battuta d’arresto si ha con “Kaimadalthas Redstigning”, brano che richiama in qualche modo le atmosfere di un pezzo come “En Ring Til Aa Herske”, senza tuttavia possederne l’energia ancestrale. Si entra così nella parte più violenta dell’album, con il susseguirsi di due pezzi piuttosto riusciti: “Sverddans”, una sorta di “War” in salsa pagana, con un assolo centrale dal sapore folkeggiante non pienamente convincente, e “Keliohesten”, altro picco compositivo del disco, caratterizzata dall’alternarsi di furiosi assalti black con partiture di stampo thrash old style veramente trascinanti. La conclusione é affidata a “Morgenroede”, brano onirico giocato su ritmi lenti, e alla successiva “Belus’ Tilbakekomst”, che ne rappresenta una sorta di lunga coda strumentale, per la verità abbastanza prolissa e poco significativa. Siamo al cospetto di un capolavoro? Come per tutti gli altri lavori del Conte, sarà il tempo a dircelo. Personalmente sono convinto che questo album possa rappresentare uno spartiacque, una sorta di nuovo inizio per una scena, quella norvegese, che sembra sospesa tra la venerazione del passato e confusionarie tentazioni sperimentali. Sicuramente “Belus” é un ottimo ritorno, un disco completo e ben curato, che vive di momenti elevati di pura ispirazione e di qualche battuta a vuoto (anche se tutti i pezzi si mantengono su livelli qualitativi sopra la media), capace a tratti di ricreare la magia oscura di albums come “Det Som Engang Var” e “Hvis Liset Tar Oss”. Il Conte é tornato, lunga vita al Conte!