Cemetery Lights – The Church On The Island

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Come anticipato nella recensione del primo ep, l’esordio in tape a tiratura limitata dei Cemetery Lights “Lemuralia” non è passato inosservato alla Nuclear War Now! Productions, che ne ha curato la ristampa, sempre in tape, e dà ora alla luce questo nuovo lavoro, sempre su cassetta, “The Church On The Island”. Il sound è la diretta prosecuzione di “Lemuralia” (la quale uscita è precedente solo di pochi mesi), un black death di stampo europeo oscuro e malvagio, al limite del doom minimale. Suoni ancestrali di altre epoche che ti fan tornare indietro nel tempo al cospetto di lande desolate e caproni mefistofelici. C’è da dire che la proposta dei Cemetery Lights è alquanto elementare e basica, tanto che al confronto una Fiat Uno Fire del 1989 potrebbe apparire come un’auto di lusso, ma a noi questo non interessa. The Corpse, mastermind del progetto, riesce in circa venticinque minuti di musica a trasmettere tutto il suono malsano dell’oltretomba, rievocando spiriti morti e sepolti grazie al suo modo di suonare minimale e rozzo ma carico di pathos. Le linee vocali, seppur di difficile assimilazione, con il loro growl sussurrato ci riportano indietro a tempi lontani, quando bastavano tre strumenti attaccati alla meno peggio a un amplificatore che difficilmente amplificava. Il sound è plumbeo, spesso al limite del doom per quanto riguarda la lentezza, ma pregno di un’aura oscura che ci riporta indietro a quando si facevano le prove in una saletta priva di un’insonorizzazione decente e con degli strumenti a malapena funzionanti. Il fascino della primordialità, che enfatizza la malvagità celata tra le note di ogni brano, rende questo disco particolare e prezioso nel suo marziale incedere canzone dopo canzone. Non mancano i momenti più d’impatto, come la opener title track o la più classicamente heavy “Rapture”, anche se il nostro fido e nostalgico The Corpse dà il meglio in quei pezzi dove si enfatizzano i rallentamenti e la parte più mistica delle composizioni, come l’autocelebrativa “Cemetery Lights” o la conclusiva “The Bell”, pezzo da novanta di tutto il platter, pregna di una negatività che non sfigurerebbe in uno dei primissimi lavori dei nostri Death SS, in quanto a pessimismo trasmesso.

Nel corso dell’ep viene proiettata un’aura malevola non dissimile da quella che pervade le opere del classico black metal greco. Ciò che è forse più impressionante in questa registrazione non è necessariamente l’abilità nel riprodurre i suoni pioneristici del metallo oscuro europeo, ma il renderli attuali in un contesto storico ostico a certi ascolti così primordiali. Il suono è compatto e vintage; nella sua semplicità nulla è lasciato al caso; rispetto al suo predecessore “Lemuralia” c’è una leggerissima tendenza a creare quella minima varietà tra i brani, grazie anche alla mistica strumentale “Resurrection”. In conclusione si potrebbe definire “The Church On The Island” come un prodotto che va oltre il bello o il brutto; è un viaggio nel tempo in meandri nascosti e impolverati che agli albori splendevano di luce propria, che terrorizzavano le persone con la loro aura nera e malvagia e che oggi vengono riesumati in maniera sapiente dai Cemetery Lights, facendo brillare quel misticismo che non si è assopito con l’inesorabile passare degli anni.

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