Kalki Avatara è una neonata one man band romana che, concettualmente e musicalmente parlando, esplora territori sperimentali attraverso le più varie e disparate strutture espressive. Abbiamo sentito Hell-I0-Kabbalus, mente della band in questione, per approfondire l’analisi di questo interessante progetto all’indomani dell’uscita di “Mantra For The End Of Times“.

Quali sono stati gli stimoli che ti hanno portato a creare il progetto Kalki Avatara proprio adesso? Come si potrebbe descrivere questa band per dare un’idea della sua proposta a chi ancora ne è all’oscuro?

Lo stimolo principale nella composizione è dato da una serie di consapevolezze riguardanti la natura negativa e ctonia di questa era, la negazione della spiritualità e l’assenza di una prospettiva di superamento di questa stessa era. Vedo uomini che combattono e si prodigano per salvare il mondo, per migliorare le cose, ma non fanno altro che prolungare l’agonia di un epoca vicina alla sua fine. Kalki Avatara è l’interpretazione sonora di queste consapevolezze, una musica difficile da definire con le classiche terminologie se non con quella generale ma dispersiva di “avantgarde”. Credo sia più sensato contrassegnarla con gli attributi “mistica” e “neoromantica”.

Per quanto riguarda l’aspetto musicale, Kalki Avatara ha moltissime influenze, anche di generi non propriamente accostabili fra loro. Quali sono i gruppi o i generi essenziali dai quali hai preso ispirazione per sviluppare la tua musica?

Non parlerei di generi e tantomeno di gruppi. Da ogni genere ho cercato di estrapolare un’essenza, un’idea innata, un archetipo, riconducibile a precise esigenze musicali. Ho pescato a piene mani da quanto nella storia della musica trascende la materia, la carne, la sensualità materialistica: dai tardi quartetti di Beethoven, ai “raga” della sera dell’India, ai mantra tibetani, al canto gregoriano, al metal estremo, epurato dalle sue origini rock e hard rock, troppo legate a istanze materiali in quanto discendenti di un genere strettamente connesso alla terra come il blues. Lo scopo di tutto ciò non è negare cristianamente la sensualità ma riportarla ad un livello superiore, spirituale e rituale, per goderne appieno, non vivendola meccanicamente come ci impone la nostra epoca.

Passando all’aspetto concettuale, possiamo dire che gli spunti siano ampi tanto quanto quelli musicali. Qual’è il messaggio che porta con sè Kalki Avatara sotto questo aspetto?

Kalki Avatara vuole essere una concrezione di quanto i nostri antenati ci hanno insegnato, di tutta la sapienza che l’illuminismo, il materialismo storico, il capitalismo, l’informazione di massa hanno cancellato, sterilizzato, e relegato a pura curiosità folkloristica ed etnologica. Non la sapienza tecnico-scientifica, il vuoto enciclopedismo, ma il sapere legato alla vita, alla felicità, alla trascendenza, al superamento di sé. Quello che insegnano i grandi mistici indoeuropei, da Lao-Tzé, Buddha, Meister Eckhart, Plotino, oppure l’alchimia, o sistemi spirituali come l’induismo e la gnosi. Da queste basi dovremo ricostruire quello che due millenni di religioni abramitiche hanno raso al suolo, portandoci a questa era di decadenza e frammentazione, di infelicità e di vuoto esistenziale. La consapevolezza di essere nel Kali-Yuga deve portarci ad accettare la fine di quest’era, ad accelerarla, lasciando che chi vive nel vizio e nella schiavitù marcisca sempre più in questo fango, ma preservandoci incorrotti e puri, pronti per rigenerare l’umanità dopo che Kalki Avatara, decima incarnazione di Vishnu, comparirà in questo mondo.

Unendo musica e concept secondo te si può trovare un punto di incontro fra Kalki Avatara e il Black Metal? Se sì, quale?

Sì. E no. Sì, perché la radicale critica nei confronti della modernità e questo senso di decadenza e fine imminente è presente anche nel Black Metal, sia musicalmente e concettualmente nelle sue manifestazioni più mature, meno adolescenziali e mitomaniache. No, perché il Black Metal spesso porta questo senso di decadenza verso la morte e la distruzione di sé oppure verso ideologie superomistiche perpetrate da persone fisicamente e mentalmente malate come forma di compensazione per il loro essere scarti e creature malriuscite. Kalki Avatara è fondamentalmente un progetto a favore della rinascita, anche se dalle macerie, del rispetto verso il proprio corpo e la propria mente, di una vita vissuta pienamente in un sistema umano e naturale, contro la schiavitù della libertà, del lavoro, del capitale, della falsa felicità e dell’artificiale.

Il mini appena rilasciato farà da preludio ad un imminente full? Quali sono i progetti futuri riguardo a Kalki Avatara?

Auspicabilmente sì, ho già altri pezzi pronti, se alcune delle contrattazioni andranno in porto credo che entro il prossimo anno mi sarà possibile realizzare un full-length. Per ora non credo di portare dal vivo questo progetto, troppo azzardato, a meno di offerte particolarmente interessanti che permetterebbero una resa ottimale della musica.

Parlando di altri progetti nei quali sei impegnato, qual’è il tuo ruolo nei Malfeitor? Sei in formazione come session oppure contribuisci attivamente alla stesura del materiale della band? Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto ad unirti al gruppo di Fabban?

Attualmente sono un membro della band a tutti gli effetti e sto partecipando alla stesura del materiale per il nuovo disco insieme a Fabban, Atum e Munholy. Sono entrato nei Malfeitor per la loro attitudine professionale e per la stima reciproca, sia come musicisti che come persone, oltre che per la qualità musicale e concettuale della loro proposta.

Roma, come ho detto anche in sede di recensione, è una città che reputo molto attiva e soprattutto fantasiosa in ambito musicale. Tu come vedi la scena dalle tue parti?

Posso dirti che chi fa qualcosa di buono e di superiore alla media si tiene fuori dalla scena di Roma. Invidie e rivalità sono all’ordine del giorno, situazioni da cui ci tengo a prendere le distanze. Anche il pubblico è poco partecipe e collaborativo, meglio rivolgere il proprio interesse fuori dalla città (e dall’Italia).

Rispetto a “Kali Yuga Bizarre“, primo full degli Aborym, rimanendo su alcuni accostamenti che ho fatto in sede di recensione, possiamo trovare qualche scia a livello sperimentale e non che può essere rintracciata nel tuo progetto solista?

La principale linea di continuità che vedo tra Aborym e Kalki Avatara riguarda l’attitudine sperimentale e avanguardistica, nonché una forte negatività e oscurità di fondo, ma per il resto la proposta musicale dei due gruppi è divergente a mio avviso, Aborym proiettato verso il futuro e Kalki verso il passato, come un Giano bifronte.

Quali sono le prime impressioni che hai percepito dagli ascoltatori e dalla critica sulla musica da te proposta? Quali sono le tue aspettative?

Sinceramente ho dei dubbi che un progetto di questo tipo possa essere assimilato nella sua completezza dalla maggior parte degli ascoltatori. Ad esempio la quarta traccia, “Awaiting the golden age”, può essere giudicata ripetitiva da chi non riconosca in essa un mantra, cioè una litania rituale tipica dell’induismo nella quale si ripete una formula per ottenere un determinato effetto. Kalki Avatara è apprezzato da molti ma compreso da pochi, tuttavia questo non è per me un problema o un ostacolo; non voglio indottrinare nessuno né fare propaganda. Queste sono le mie idee, la mia musica, appartengono solo a me: se vengono apprezzate come accaduto finora tanto meglio, altrimenti amen.

Le domande terminano qui; concludi pure l’intervista a tuo piacimento.

Grazie per l’intervista.
May Kalki cleanse the earth.