Unseen Abyss – Blackbird

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Non si hanno davvero molte notizie riguardo al progetto Unseen Abyss: si tratta di un duo franco-russo composto da Zémus (voce e tastiere) e Mercury (chitarra, basso e batteria) e questo “Blackbird” dovrebbe essere il loro debutto assoluto, sotto l’egida della misconosciuta Les Créations Underground. I nostri propongono in maniera piuttosto convincente un raw black metal malato e carico di odio, ammantato da una patina sperimentale/industriale che si concretizza in vario modo, tra intermezzi ambientali, brevi squarci atmosferici e acustici, sprazzi rumoristici, pioggia, tuoni, dialoghi rubati chissà dove, spari, sirene e vecchi dischi, soavi e al tempo stesso inquietanti voci femminili dal piglio gotico e operistico. Se pensate che tutto questo è racchiuso in poco meno di mezz’ora di musica capirete immediatamente come la varietà sia senz’altro una qualità di questo lavoro, che va a compensare in buona parte la non eccelsa originalità delle composizioni, le quali, pur riuscendo nell’intento di coinvolgere emotivamente l’ascoltatore, tradiscono fin da subito e in modo palese le proprie influenze stilistiche (ma questo non è necessariamente un male).

Ed infatti gli spettri di Ildjarn e Burzum aleggiano sui pezzi, il primo evocato soprattutto nei momenti più furiosi ed aggressivi, dove il classico tremolo la fa da padrone assoluto, il secondo chiamato in causa specialmente con riferimento ad alcuni passaggi vocali urlati e disperati, ma non solo (la strumentale chitarristica “The Crying Soul” sembra essere proprio una chiara citazione-omaggio al Conte); anche se il principale punto di riferimento pare rappresentato dai primi lavori degli statunitensi Black Funeral, proprio per l’insistita commistione tra black metal ruvido e misantropico ed intrusioni industrialoidi, che tuttavia negli Unseen Abyss assumono un sapore meno occulto e decisamente più metropolitano, ma ugualmente macabro e morboso. Da segnalare, a titolo di cronaca, la partecipazione in “Whore” di Nyghlfar dei francesi Nuit Macabre e la demente rivisitazione finale della nota filastrocca “Ring Around The Rosy”. In conclusione “Blackbird” mescola abbastanza efficacemente violenza, follia e disagio esistenziale, senza mai scadere nella confusione inascoltabile, con una formula grezza ma già collaudata, che i nostri potranno ben sviluppare in futuro, magari allontanandosi da alcuni stereotipi classicamente black per abbracciare in modo ancora più deciso la propensione alla sperimentazione che già mettono in mostra in questo lavoro. Per ora, promossi.

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