Manes – Under Ein Blodraud Maane

0
52

“Under Ein Blodraud Maane” rappresenta l’album di debutto per i norvegesi Maane, nonostante contenga alcuni pezzi già apparsi nei demo precedentemente editi dalla band. Si tratta di un lavoro epocale che senza mezzi termini può e deve essere considerato un classico del genere. I Manes si dimostrano maestri nel recuperare le atmosfere gelide e notturne tipiche del black metal di stampo nordico dei primi anni novanta e mescolarle con la loro attitudine schizoide e malata, dando vita ad un lavoro che riesce ad essere al tempo stesso tradizionale ed innovativo in un equilibrio precario e quasi magico, raramente raggiunto da altri gruppi. I pezzi offrono tutti spunti interessanti e sono caratterizzati da un sound soffuso e maligno, impreziosito dallo screaming atipico, ma a suo modo tagliente e urlato, di Sargatanas, singer che di lì a poco abbandonerà la band. Le canzoni, concepite in gran parte del leader Cernunus, si reggono su un guitar work norvegese fino al midollo, di elevata qualità e sempre ispirato, e presentano una struttura fondamentalmente classica, sulla quale si innestano diversificazioni dal sapore sperimentale poche volte tentate in precedenza. L’uso sistematico delle tastiere é semplicemente magistrale: i tappeti di synth sono soffusi e mai invadenti – protagoniste assolute restano pur sempre le chitarre – ma contribuiscono in maniera determinante a creare un mood inquietante ed avvolgente. Tutti i brani, proprio per la presenza costante delle tastiere, hanno un andamento che potrebbe definirsi sinfonico e, a tratti, persino vagamente progressivo: non mancano neppure partiture di fiati ed archi che, tuttavia, si amalgamano così perfettamente al corpo delle canzoni da risultare quasi nascoste ed impercettibili. In molte circostanze il riffing si presenta glaciale e sferzante, ma in altre occasioni (“Maanens Natt” ne é un esempio lampante) abbiamo rallentamenti e passaggi dall’incedere ipnotico e circolare, sostenuti da semplici quanto efficaci arpeggi melodici, tanto che da molti addetti ai lavori questo album é annoverato tra gli antesignani del così detto depressive black metal. Siamo quindi di fronte ad un disco complesso e dalle mille sfumature che però riesce a farsi ascoltare con relativa immediatezza (il che é proprio soltanto delle opere geniali), una pietra miliare partorita da una band che ha saputo successivamente rinnovarsi abbandonando i rigidi schemi del black metal per approdare nei territori di uno sperimentalismo elettronico molto distante dalla musica proposta agli esordi ma indubbiamente altrettanto degno di attenzione.