Oranssi Pazuzu – Kosmonument

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I finlandesi Oranssi Pazuzu giungono con questo “Kosmonument” alla loro seconda fatica sulla lunga distanza, dopo l’esordio “Muukalainen Puhuu”, pubblicato nel 2009, che aveva destato le positive attenzioni di pubblico e critica specializzata. I nostri sono alfieri di un black metal dall’attitudine e dalle tematiche “spaziali”, che unisce ad un certo approccio melodico la follia dell’avantgarde, condendo il tutto con interessanti derive psichedeliche dal sapore vagamente settantiano: una sorta di ideale punto d’incontro tra gli Arcturus meno ostici ed i Dark Space più introspettivi, se si vogliono citare due nomi conosciuti; un equilibrio musicale precario che la band finnica gestisce con buona perizia e maturità, senza cadere nel puro derivazionismo e senza risultare troppo prolissa e ripetitiva (rischio che è sempre in agguato quando si avvicinano determinate sonorità). Le chitarre tessono trame buie e dilatate, dall’andamento principalmente rallentato, sulle quali insiste un cantato soffocato e filtrato, che sembra provenire da remotissimi anfratti interstellari: l’ascoltatore è immediatamente proiettato in una dimensione totalmente altra rispetto a quella umana, completamente perso in una nebulosa oscura che si espande con ritmi dissonanti. Si potrebbe quasi parlare di una riuscita trasposizione musicale del terrore cosmico di lovecraftiana memoria. Il gruppo riesce a contemperare le proprie pulsioni sperimentali con alcuni passaggi più aggressivi e d’impatto, nei quali l’elemento più canonicamente black prende il sopravvento; ma si tratta comunque di un black avvolgente e cadenzato, mai troppo feroce. Ampio spazio è concesso anche a interludi noise/ambient/drone che ben si inseriscono nelle fluide strutture del disco e non fanno che aumentare il senso di angoscioso abbandono che trasuda letteralmente da ogni nota, rumore od effetto. “Kosmonument” è un lavoro al tempo stesso compatto come un monolite e dai mille volti, che mette in mostra qualità compositive ed esecutive apprezzabili e riesce a colpire nel segno nell’ambito di un sottogenere troppo spesso popolato da gruppi clone e dalle poche idee. Un viaggio agghiacciante nelle profondità abissali di universi sconosciuti e neri. Disorientante.