Ptahil – For His Satanic Majesty Glory

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Esordio sulla lunga distanza per gli statunitensi Ptahil, duo proveniente dall’Indiana, che ha alle sue spalle diverse uscite in formato demo, split e mini, come nella migliore tradizione underground. “For His Satanic Majesty Glory” è un album per certi versi spiazzante e sorprendente, carico com’è di suggestioni pesantemente doom oriented ma anche di eco psichedeliche, che rimandano direttamente agli anni sessanta e settanta più oscuri e sperimentali. Naturalmente queste influenze sono circoscritte a determinati episodi mentre per il resto il disco viaggia sui binari di un black minimale e cacofonico, caratterizzato da un riffing primitivo e furioso, sporcato anche da una certa dose di punk e thrash ottantiano. Assistiamo così all’alternarsi di brani dal forte impatto e dall’incedere motorheadiano, come l’opener “The Great Satan” o la bastardissima “The Black Flag Of Total Death” (un titolo, un programma d’intenti!), con altri più dilatati e maligni, come la conclusiva suite “The Gate To The Kliphotic Anti-World”, nella quale si recupera in parte quell’atmosfera lisergica e luciferina che trasudava dalle produzioni di gruppi come Coven e Black Widow, fatte le dovute distinzioni (e la copertina dai colori accesi e sfocati credo che in parte possa considerarsi un omaggio a queste bands). A questa alternanza musicale si affianca una corrispondente alternanza lirica con testi che, da un lato, strizzano l’occhio al satanismo acido e, dall’altro, sembrano inneggiare ad una sorta di anarchismo diabolico applicato a tematiche tipicamente black metal. Siamo quindi di fronte ad un disco dalle diverse sfaccettature, che potrà incontrare i favori del pubblico più legato alle sonorità classiche come di quello più aperto alle contaminazioni. Le variazioni sul tema e le fughe dal sentiero più ortodosso sono tutto sommato contenute; il tutto infatti resta ancorato alle radici musicali degli Ptahil, che sono riconducibili sostanzialmente al black metal dei primi anni novanta (e lo dimostra anche la registrazione grezza ed a tratti quasi amatoriale), con quel tocco di follia made in US che riporta alla mente gente come Krieg, Sarcophagus e Brown Jenkins. Da ascoltare.