Pagan Winter – Inferos

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“Inferos” dei tedeschi Pagan Winter rappresenta l’esordio sulla lunga distanza ed unico full length pubblicato da questa band teutonica, attiva però fin dal lontano 1993 e con una storia piuttosto travagliata alle spalle, fatta di continui cambi di line up, temporanei scioglimenti e reunion. Questo album è un vero concentrato di violenza in musica, sparata a mille all’ora in faccia all’ascoltatore senza un attimo di respiro, una discesa infuocata nei gironi infernali che mira a far male e raggiunge in pieno il proprio obiettivo. Lo stile è riconducibile in parte agli Immortal di dischi come “Pure Holocaust” e “Battles In The North” ed in parte a quello che di lì a poco verrà ribattezzato war black metal, del quale questo album può essere a tutti gli effetti considerato un antesignano, a partire dai campionamenti di mitragliatrici, bombardamenti, sparatorie varie ed urla di terrore che fungono da intro dei vari pezzi e li uniscono come se si trattasse di un unicum senza soluzione di continuità. Ed infatti questo lavoro, anche per la sua brevità, va inteso come una sorta di concept, dal momento che le canzoni seguono tutte uno stesso filo conduttore e presentano davvero poche variazioni al loro interno. Un monolite scuro e diabolico, annichilente nella sua semplicità, costruito su strutture granitiche e spigolose e su un riffing potente e chirurgicamente preciso, veloce e spietato. Alla ferocia iconoclasta e bellicosa del black metal figlio di Zyklon B e Niden Div 187, gruppi sicuramente da annoverare tra le principali fonti di ispirazione dei nostri, i Pagan Winter uniscono brevi e marcissimi squarci thrasheggianti che chiamano in causa gruppi come gli statunitensi Sarcophagus ed i primi Satanic Slaughter. A ciò si aggiunge il cantato del singer Simon, rauco e demoniaco, simile a quello di Abbath o del primo Satyr, capace di screams davvero laceranti. All’impatto devastante e ad un’impostazione interamente votata alla distruzione, sorretta da gelide e taglienti trame chitarristiche e da una sezione ritmica furiosa ma mai eccessivamente caotica, si uniscono passaggi relativamente più catchy (su tutte l’anthemica “In The Shadowlands”), che completano il quadro di un’opera da riscoprire e da considerare sotto molti aspetti come un precursore del ben più noto “Panzer Division Marduk”. Che la guerra abbia inizio!