Perverticon – Wounds Of Divinity

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A distanza di sei anni dal precedente “Extinguishing The Flame Of Life”, fanno nuovamente capolino i blasfemi Perverticon, con un concentrato di rabbia e odio racchiuso in nove nuovissime tracce, da ascoltare rigorosamente muniti di porto d’armi. Dalla Svezia questi tre maniaci portano con loro un’orda di diavoli ed esseri deformi, pronti a mettere a ferro e fuoco il pianeta terra senza lasciare superstiti. Detto ciò è facilmente intuibile che abbiamo tra le mani un disco che fa dell’impatto il suo punto forte ma non si limita solo ad esso. Aspettarsi esclusivamente caos incontrollato e furia cieca degna di un ninja risulta, oltre che limitativo, fuori luogo. “Wounds Of Divinity” è un buon album di black metal che, come ovvio, trae la sua più grande ispirazione da quella matrice che ha reso celebri varie altre bands dello stesso paese, ma le influenze dei nostri non si limitano alla classica scuola svedese. I Perverticon suonano black metal che trae fondamenta e radici negli anni ’90 con, a tratti, contaminazioni più contemporanee, cercando tuttavia di mantenere la tipica atmosfera old school (come un cazzotto in faccia,  nel caso qualcuno pensi che ci possano essere  momenti di relax all’interno della release). Partiamo da una considerazione: il power trio in questione è incazzato e lo si può notare già a partire dalla cover, dove un lago di sangue alimentato da due tagli nei polsi fa quasi annegare due Santi. La blasfemia è come pane e acqua per il leader Omnicremationist Supreme e la sua ciurma di villani: i temi comuni sono l’anti-religione, il sesso, l’omicidio, l’estinzione dell’essere umano, sporcizia e così via, con un pizzico di pura decadenza, a disposizione di chiunque voglia indulgere.

Schiacciando il famigerato tasto play, l’opener “Thirsting For Rain” ci spiazza completamente: chi si aspettava un attacco stile “carica alla baionetta” deve ricredersi e, se aveva trattenuto il respiro per fronteggiare questo impatto, può pure rilassare gli addominali, perché i primi due minuti ci fanno entrare nel mondo malato di questi buzzurri in punta di piedi, ma appena si prende confidenza verremo assaliti da un feroce blast, come un pitbull in astinenza da cibo da oltre una settimana. Proprio questo sarà il leitmotiv del disco: un costante alternarsi tra massacri supersonici e rallentamenti ancestrali, dove i nostri cercano di ricomporre i pezzi del puzzle e prepararsi a un nuovo genocidio di massa. Ed è proprio nei rallentamenti che la band dà il meglio, creando notevoli sfaccettature alla loro proposta, come ad esempio in “The Cease Of Absolution”, in assoluto uno dei climax del disco, insieme alla lunga e conclusiva “Holy Gifts From Skinless Hands” e la orientaleggiante “Breath Of Sulphur (Aura Of Flies)”.

Col passare degli ascolti tuttavia arrivare sino alla fine del disco senza mandare avanti nessun pezzo risulta impresa ardua come scalare l’Everest a piedi nudi, nonostante la qualità compositiva sia sopra la media, coadiuvata da una buona produzione (anche se le chitarre potevano essere “pompate” di più: nelle accelerazioni perdono parecchia potenza). Nonostante il tutto sia confezionato in maniera impeccabile, il lavoro nel suo insieme non riesce a decollare completamente, lasciandoci soddisfatti per metà: è indubbia la capacità del combo di saper creare un disco ben suonato e prodotto ma la longevità sarà davvero ai minimi termini, e chi comprerà la copia fisica del disco, dopo qualche piacevole ascolto, lo deporrà nella mensola a prendere la polvere del tempo che passa inesorabile.