Graveland – Fire Chariot Of Destruction

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Credo che non esista nessuna band al mondo in grado di giungere all’invidiabile traguardo del decimo album senza dare segno alcuno di cedimento. Nemmeno i Graveland sfuggono a questa regola e tale considerazione risulta ancora più evidente se si pensa che da “Memory And Destiny” del 2002 ad oggi la band viaggia alla media di un full length all’anno, ed è inevitabile che una certa mancanza di freschezza in sede di songwriting si faccia sentire. Rob Darken ha raccolto a piene mani l’eredità lasciata da Quorthon (ed era probabilmente l’unico in grado di farlo) ed ha sviluppato in modo personale un discorso epico legato agli stilemi di “Hammerheart” in una visione pagana e nazionalista estremamente affascinante ed assolutamente coerente. Personalmente però preferivo le sonorità raw e gracchianti degli esordi, con quell’atmosfera incredibilmente oscura e malvagia e tutta polacca creata dalle tastiere, utilizzate in modo magistrale e mai eccessivamente invasivo su un tessuto black di matrice prettamente nordica. I Graveland del nuovo corso hanno invece perduto quell’alone sinistro e lunare a vantaggio di un sound marziale e fiero, basato su ritmiche cadenzate, che ha certamente prodotto i suoi buoni frutti in passato (“Immortal Pride” e “Creed Of Iron” su tutti) ma che nel presente lavoro, e nonostante un significativo recupero della componente black classica, appare piuttosto svuotato, stantio e ripetitivo. Dispiace doverlo constatare, ma per la prima volta mi ritrovo a sbadigliare all’ascolto di un album dei Graveland. E non potrebbe essere altrimenti vista la monotonia di fondo che pervade questo “Fire Chariot Of Destruction”: songs molto lunghe, senza variazioni di sorta e tutte giocate su pochissimi riffs che tuttavia non riescono ad entusiasmare e ad emanare quell’alone mitico e guerriero che aleggiava sulle precedenti produzioni della band, vocals decisamente piatte ed inespressive rispetto al passato e, soprattutto, una preoccupante quanto inaspettata assenza di atmosfera. Certo il mestiere non manca ed é proprio l’esperienza a salvare questo disco dal naufragio rendendo alcuni passaggi comunque coinvolgenti anche se non certamente trascendentali. Ma non é abbastanza: é la magia dei Graveland che sembra essersi interrotta, si spera soltanto temporaneamente. Mi auguro che Wotan torni presto a volgere il suo sguardo benevolo sul suo figlio prediletto e gli consenta di nuovamente deliziarci coi canti ancestrali delle antiche ed immortali gesta degli eroi.