Necrofaith – Sermon I: True Satanic Black Art

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Necrofaith is pure love for King Satan, Angel ov darkness and Only True God. Necrofaith plays true satanic black metal and ritualistic noisescapes”. Parafrasando Kent Brockman: parole dure, parole dure di una donna davvero strana. Sì, perchè Necrofaith è una one woman band italiana, dietro la quale si cela Archdiablesse Proserpina (nel “Dictionnaire Infernal” di J.C. De Plancy Proserpina è definita “principessa degli spiriti maligni”), che si occupa di tutti gli strumenti (tastiere comprese), della voce e di ogni altro aspetto di questo disco, rigorosamente autoprodotto e orgogliosamente ancorato ai dettami della più intransigente attitudine DIY. Battute a parte infatti la definizione che la nostra amica dà del proprio progetto e della propria musica è assolutamente calzante e “Sermon I: True Satanic Black Art” che, con la sua copertina lisergica rosso sangue, rappresenta l’esordio assoluto per Necrofaith, è, sia negli intenti iniziali che nel risultato finale, il classico disco che se ne frega di suonare come una demo registrata in cantina e del pari se ne frega di essere o anche solo sembrare di essere qualcosa di diverso da ciò che il black metal più nudo e crudo di matrice satanica è stato, almeno dagli anni novanta ad oggi. Ciò non significa che in questo disco non ci siano spunti di interesse, anzi. Il riffing molto classico, tagliente e gelido; il suono oscuro e low-fi, ricoperto da uno spesso strato di sporcizia; i pezzi brevi e costruiti su strutture molto semplici e immediate: tutto conserva intatto un’atmosfera da rituale blasfemo, esaltata ancor di più da intermezzi ambient/rumoristici che sembrano estrapolati dalla colonna sonora di qualche film horror di seconda categoria, di quelli che andavano in onda il venerdì notte sulle tv private quando eravamo giovani.

Da un lato abbiamo assalti aggressivi e famelici come “Blood Chalice”, “Path Of Infernal Enchantress” e “Summon The Necrotic Flux”, tutte rasoiate acide che profumano di zolfo, e dall’altra episodi tastieristici, come le tre parti della strumentale ed autocelebrativa “Proserpina”, che si adattano alla perfezione al feeling necrotico e mefistofelico del lavoro. Per scomodare due grossi nomi, si potrebbe parlare di una sorta di punto d’incontro tra i primi, più sguaiati, Bathory e i Black Funeral più criptici e incomprensibili degli esordi, fatte ovviamente le debite proporzioni. Ciò che mi ha colpito favorevolmente è soprattutto il cantato, elemento caratterizzante del lavoro: Proserpina infatti (fortunatamente) non tenta di cantare come un uomo e modula il suo screaming su tonalità particolarmente alte e stridule, il che fa sembrare la sua voce quella di una strega pazza, completamente invasata nel bel mezzo di un sabba, posseduta da qualche entità malefica. Quello che mi sento di suggerire è una maggiore compenetrazione tra l’elemento black e quello ritual-ambientale, che potrebbero funzionare bene insieme anche in pezzi più lunghi ed elaborati, senza intaccare l’approccio ruvido e grezzo che caratterizza il progetto. Trattandosi di un debutto, la valutazione resta comunque abbondantemente sufficiente. Let the sabbath begin!