Malignant Eternal – Tårnet

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Per la rubrica estemporanea “roba sinfonica del tempo che fu”, che curo in maniera assolutamente randomica su queste pagine virtuali, ecco a voi “Tårnet” dei Malignant Eternal. L’occasione per spendere qualche parola su questo album di debutto della band norvegese, che nel prosieguo della sua carriera prenderà sentieri musicali decisamente distanti rispetto a quelli dell’esordio, mi è offerta dall’etichetta olandese Soulseller Records, che ha saggiamente deciso di ristampare nell’agosto dello scorso anno questo lavoro, il quale, dopo l’originaria edizione indipendente del 1995 ed una prima ristampa dell’anno successivo per la Hot Records di Shagrath, era completamente scomparso dagli scaffali. L’intento della band capitanata dal cantante e chitarrista T. Reaper, alias Torgrim Øyre, è stato quello di conservare il concept e l’attitudine dell’originale e infatti nel libretto si possono trovare alcune foto dell’epoca, mentre il cover artwork è stato sostituito a causa della scomparsa delle foto originali, ma si tratta pur sempre di una raffigurazione (tra l’altro molto antica, risalente ad epoca anteriore al 1880) della bella “paddetårnet” (o torre del rospo) della Baronia Rosendal, con lo stesso inquietante filtro blu.

Ciò che più conta però è che non è stato fatto alcun remastering e quindi quello che possiamo ascoltare oggi è esattamente quello che è stato registrato venticinque anni fa: un sound grezzo e improvvisato per la mancanza di mezzi e di esperienza, che tuttavia riesce a catturare lo spirito di quella musica e di quel tempo. Una musica che è facilmente definibile come black metal sinfonico, collocabile in tutto e per tutto all’interno di quel genere che proprio nella seconda metà degli anni novanta ebbe il suo momento di massimo splendore, per poi perdere la propria energia creativa in un pantano di manierismi e in derive gothiche francamente eccessive, salvo qualche lodevole eccezione.

E quando si pensa al black metal sinfonico il pensiero corre immediatamente, e inevitabilmente, a gruppi come Dimmu Borgir e Cradle Of Filth ma in quel periodo molte band, come ad esempio Seth, Obtained Enslavement, Perished, Anorexia Nervosa, Enochian Crescent, i più noti Limbonic Art e diverse altre, seppero declinare il genere in questione, ciascuno secondo le proprie peculiarità. Nel novero rientrano sicuramente anche i Malignant Eternal, che all’epoca della pubblicazione di questo “Tårnet” erano all’incirca maggiorenni ma diedero alle stampe un disco assolutamente affascinante, e tanto più intriso di tenebrosa malinconia e notturna amarezza proprio perché grezzo, genuino ed onesto.

L’attacco epico e dal sapore medievaleggiante dell’opener “Into Twilight” mette subito le carte in tavola e ci trasporta all’istante in un universo oscuro, dove i confini del reale si perdono in una nebbia indistinta. La più aggressiva ma altrettanto suadente “Vanished Winds” ci conduce al cuore dell’album, rappresentato da “Warriors Of Dawn” e dalla title track: la prima è una suite di dieci minuti davvero notevole, nella quale le chitarre e il pianoforte si inseguono disegnando trame fluide ed intriganti; la seconda è invece l’episodio più meditativo e lunare del lotto, nel quale lo screaming demoniaco utilizzato nel resto del disco si trasforma in un cantato recitato in clean capace davvero di far correre i brividi lungo la schiena. “Dark Clouds” e “North” chiudono degnamente un lavoro che ha veramente poco da invidiare ad opere più conosciute di colleghi ben più blasonati e che è rimasto ingiustamente nel dimenticatoio per troppo tempo.

Il sound è quello classico dell’epoca: c’è un gusto melodico davvero pregevole in alcune linee chitarristiche e sono ovviamente presenti in molti passaggi i synth, che tuttavia non vengono mai utilizzati per dare corpo a ingombranti orchestrazioni ma piuttosto per enfatizzare la tensione di alcuni passaggi cruciali. Se dovessi azzardare un paragone citerei ancora una volta i Limbonic Art, perché l’atmosfera generale di questo “Tårnet” è vicina a quella di “Moon In The Scorpio”, vero capolavoro dell’ensemble allora formato da Daemon e Morfeus. Certo, se pensate che il black metal sinfonico debba necessariamente essere caratterizzato da produzioni iperpompate e suoni potentissimi, allora siete completamente fuori strada e potete stare tranquillamente alla larga da questo disco, che resta un album underground sotto ogni aspetto. Un album figlio del suo tempo ma a mio giudizio assolutamente da recuperare se avete amato e continuate ad amare questo genere. “…I rode this ancient path, gazing into the horizons of this lost winter…”.