Bovary – Mes Racines Dans Le Désert

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Bovary? Esatto, proprio come “Madame Bovary”, il più celebre romanzo di Gustave Flaubert, capolavoro della letteratura francese e mondiale. E proprio come Emma Bovary, la protagonista di quel libro, cercava scampo dalla noia soffocante della vita borghese attraverso adulteri e vagheggiamenti romantici, le tre giovani donne che compongono (o meglio componevano) questa band d’oltralpe, attiva da qualche anno, hanno cercato una via di fuga dalla noia della provincia attraverso il black metal, che in questo caso si tinge dei colori tenui del depressive più atmosferico. Ma andiamo con ordine. “Mes Racines Dans Le Désert” (“le mie radici nel deserto”, titolo significativo di quello che è il contenuto lirico e l’approccio musicale di questo dischetto) è la ristampa, in formato vinile 12” per la transalpina Sanit Mils Records, della prima demo del gruppo, originariamente pubblicata nel 2018 in cd e cassetta, rispettivamente dalla Nar Productions e dalla Solar Asceticists Productions. Il gruppo, al tempo, come detto, una all-female band, era formato da Petri Ravn alla chitarra, Gwen De Bovary al basso e alla batteria e Queen Thrash alla voce, tre ragazze che vivevano nella piccola e sonnacchiosa cittadina di Embrum e che decisero di registrare questa demo su un KorgD3200 multi-traccia, senza particolari pretese, se non quella di mettere in musica la loro frustrazione e la loro rabbia, appena addolcite dalla malinconia dell’abbandono e dalla nostalgia di qualcosa che forse non è mai accaduto.

Quello che ne è uscito fuori è un piccolo gioiellino naif: tre brani veri e propri, più lunghe intro e outro strumentali, di black metal dal piglio depressivo, che chiama in causa a più riprese realtà come Silencer, Psychonaut 4, Amesoeurs e, soprattutto, primi Nocturnal Depression, e che tuttavia non rinuncia a scoppi di violenza e gelida aggressività, come mamma Darkthrone insegna.

Una cosa semplice, per nulla originale e, se vogliamo, addirittura stereotipata, che però contiene quella magia inspiegabile, quel certo non so che in grado di prenderti allo stomaco e di non mollarti per tutta la mezz’ora scarsa della sua durata: nelle note dolenti di questo dischetto si percepisce un che di genuino (sarà anche per la giovane età delle componenti della band); dalle melodie lamentose ed ossessive trasuda un certo romanticismo sognante, che ben veicola quel senso di amara disillusione evocato dalle sfumature sfocate dell’autunno, quando la vita sembra spegnersi e marcire in silenzio; le parti strumentali assai dilatate, con le melodie della chitarra che si prendono completamente la scena, sono fragili come le foglie morte che cadono dagli alberi; le atmosfere rarefatte e nebbiose si attaccano alle orecchie come ragnatele filanti ed hanno il loro puntuale contraltare in un riffing basilare e canonico, ma efficace nel tratteggiare emozioni primordiali, e in screaming vocals tradizioniali ma piuttosto espressive nell’insieme. Come si può facilmente intuire, considerata la frugalità della registrazione, i suoni sono molto ruvidi, e specialmente nei passaggi più tirati si nota un riverbero che a tratti diventa eccessivo, senza tuttavia mai scivolare nella cacofonia: e in fondo una produzione di questo tipo è quella che ci si aspetta da un lavoro del genere.

“Mes Racines Dans Le Désert” mi ha sorpreso per la sua spontaneità, perché risulta un credibile sfogo di disperazione post-adolescenziale senza elementi posticci, un diamante grezzo come qualche volta capita di trovarne rovistando nel mare magnum dell’underground metallico estremo. La noia, si sa, è una formidabile fonte di ispirazione.