Ymir – Ymir

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Diciamo la verità, quando arriva un disco di ortodosso black metal finlandese è sempre una festa, a maggior ragione quando si tratta di nuove realtà, che suonano come se il tempo si fosse fermato da oltre vent’anni. È il caso degli Ymir, che, nonostante con questo omonimo disco segnino il loro debutto sulla lunga distanza, in realtà sono una band formata non da pischelli sbarbati, che si fanno le seghe sui poster di supponenti black metal band mainstream, ma da blackster navigati, gente che è cresciuta con carne cruda di maiale e mannaie insanguinate, gente che la second wave è riuscita a godersela in età sufficientemente matura da potersi permettere di dire: “io c’ero”. Stiamo parlando di Lord Sargofagian, nell’occasione alle voci e alla batteria, già mastermind dei seminali Baptism (qui la recensione del loro full length di debutto “The Beherial Midnight”) e di suo fratello, Vrasjarn, al basso e alle chitarre sin dal 1998. Di fatto, se questo disco omonimo è il primo platter ufficiale della band (innumerevoli i ritardi di pubblicazione dovuti ai tanti impegni dei due fratelli), i finlandesi hanno esordito nel 1999 con una demo, alla quale ne è seguita un’altra nel 2006. Da lì il nulla, oblio e polvere su un nome epico e mistico (nella mitologia nordica Ymir è il primo gigante del ghiaccio, figura fondamentale nella cosmogonia e cosmologia norrena).

Come un fulmine a ciel sereno quindi la Werewolf Record ci sputa addosso queste sei tracce, che non sono altro che l’essenza del metallo più oscuro made in Finland e che custodiscono gelosamente tutti gli stilemi del genere, proponendoci una sorta di bignami e ricordandoci come dev’essere suonato il più infimo black metal oltranzista.

Senza girarci attorno, a partire dall’artwork, ci fiondiamo in un contesto vintage, che ci trasmette desolazione, disperazione e presagi oscuri e dannati. Da subito traspare la volontà della band di voler riprendere laddove aveva iniziato il suo acerbo percorso oltre vent’anni fa, con un minimalismo ancorato alle origini della vecchia scuola: una scure, face painting d’ordinanza e una foresta innevata sono sufficienti per catapultarci senza preamboli nel loro mondo pagano e guerrafondaio. Nani, elfi, streghe e demoni popolano il bosco, tagliato a metà da una tempesta di neve, che riesce a oscurare la flebile luce della luna piena che svetta fiera nel cielo.

Effettivamente, ascolto dopo ascolto, ci troviamo al cospetto di un buon album, che potrebbe essere stato edito nel 1998, così come nel 2005: la musica degli Ymir è senza tempo, così ancorata alle proprie origini da rinnegare l’avanzare inesorabile della tecnologia e di qualsiasi influenza stilistica esterna. Ai fratelli Makinen non frega un cazzo e suonano ciò che passa loro per la testa, non per assecondare una qualsivoglia esigenza discografica ma per mera necessità di esprimere la loro rabbia ancestrale, che giace intrappolata dentro i loro corpi di carne dotati di vita terrena. Tutto ciò  si percepisce dalla ferocia sprigionata in ogni singolo pezzo, a partire dall’opener “Pagan Mysticism” e dalla seguente “Silvery Howling”, due autentiche tempeste di neve e ghiaccio, che ci attaccano come un fuoco incrociato: spettri di lupi che danzano nel manto bianco di neve, dove chitarre in tremolo costante, batteria a velocità spasmodica e il classico screaming costituiscono gli elementi portanti, presenti in tutto il disco. A enfatizzare la vena melodica più drammatica di queste litanie ci pensano le tastiere in sottofondo, rendendo il tutto ancora più epico e oscuro. Un costante alternarsi tra black metal classico e influenze pagan, che esplodono in tutta la loro magnificenza in “Winterstorms” che, con la seguente “Resurrection Of The Pagan Fire”, chiude il disco tra sferzate gelide di tempesta. Il black metal è soprattutto questo: una serie di sensazioni difficili da collocare temporalmente, indefinibili, emozioni innate che provengono da uno spazio remoto ma che risultano sempre attuali.

Il debutto degli Ymir, grazie alla sua vocazione totalmente devota alla vecchia scuola, è un disco fresco e genuino anche al giorno d’oggi, pur non aggiungendo nulla di nuovo ad altre centinaia di lavori simili prodotti nei precedenti venticinque anni. Consigliato a tutti coloro che sono restii al rinnovamento e continuano a ritenere album “nuovi” quelli datati 1996.