Nahemia – Ar-Caosaji

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Una nuova creatura dannata è nata nel Regno Unito e si chiama Nahemia (anche se in realtà la band ha origini polacche). Il gruppo è oggi al suo debutto sulla lunga distanza con questo “Ar-Caosaji”, platter di nove brani per circa quarantacinque minuti di metallo nero, fortemente ancorato a quella che fu la seconda ondata, e in particolare al sound di gente che ha contribuito a fare la storia del genere, come Marduk, 1349, Gorgoroth e simili. Black metal implacabile quindi, concepito con una spiccata vena melodica, però mai eccessiva: potrebbe essere una sintetica descrizione di questo album d’esordio, che sembra riportarci direttamente agli anni novanta, anche per i classicissimi temi trattati nelle liriche, che delirano di misantropia, morte, guerra, blasfemia e annientamento, riflessi e ben rappresentati nella copertina disegnata da David Thiérrée. Considerate queste premesse, si può dire che effettivamente “Ar-Caosaji” è un buon debutto, con tutti i consueti pregi e difetti che si possono trovare in un lavoro simile. In questi tre quarti d’ora comunque sono più le luci che le ombre a risaltare, grazie a una band che suona in maniera coesa, potente ma senza fronzoli nè tecnicismi inutili.

Qui si respira l’essenza del black metal “true” e ortodosso senza nemmeno l’ombra di influenze esterne o sperimentazioni di varia natura. Riff assassini, urla laceranti e tanto odio sono gli ingredienti principali della lieta novella raccontata dai Nahemia, all’insegna della semplicità e della tradizione. La Scandinavia non è mai stata così vicina al Regno Unito, in una coesione di intenti sotto il segno della comune intolleranza nei confronti della luce. La formula è quella ben collaudata e nota ai più: riff violenti e affilati, batteria ossessiva e la rabbiosa voce di Rimmon danno vita a un insieme di brani da genocidio, dove gli attacchi frontali, le tempeste di fuoco incrociato e alcuni momenti più rarefatti sono la regola. Basta ascoltare la guerrafondaia “9mm” o l’epica “Nightfall Of Blackstorm”, per non parlare della conclusiva “World Annihilation”, di sicuro i tre migliori capitoli di questo libro insanguinato, dove questa macchina da guerra riesce a esprimere al meglio tutte le sue qualità, dalla ferocia spesso incontrollata alle tele di seta variopinte lavorate dalle chitarre, chiamate costantemente in causa in una lotta a due con la sezione ritmica che non accenna mai ad avere momenti di stanca.

Come ogni debut ci sono tuttavia pure momenti giù di tono, come l’intro “Teloch”, inutile ed opprimente con la sua eccessiva durata di quasi cinque minuti, o la centrale “Misanthropic Division”, un brano atipico dalla struttura quasi atmosferica, che funge da spartiacque tra i due lati del lavoro; ma pure la successiva “Temple Of Glorious Indulgence”, dove emerge forse uno degli aspetti meno positivi del disco, le vocals del solito Rimmon che spesso sono così acute da risultare fastidiose, complice una certa mancanza di espressività. Nonostante alcuni difetti sui quali si può soprassedere, riconducibili quasi esclusivamente alle vocals, che un po’ danneggiano il meticoloso lavoro delle chitarre e quello della batteria (pazzesco il lavoro dietro le pelli di Bil, unico membro di quella che originariamente era una one man band), “Ar-Caosaji” è un buon disco che, se paragonato alla precedente demo edita nel 2015, evidenzia netti miglioramenti a livello tecnico e di songwriting. Consigliamo questo platter a chiunque sia un amante delle sonorità black metal ortodosse e a chi ama essere travolto da tempeste di ghiaccio e orde di orchi incazzati, senza aspettarsi nient’altro che furia cieca e primitiva.