Old Castles – Die Wampyriskra Symphonie

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Si sa poco o niente del progetto Old Castels (come da copione). Sicuramente si tratta di una one man band, molto probabilmente svedese, che ha iniziato la propria attività intorno al 2011-2012, mescolando il black metal nella sua forma più criptica ed oscura al dungeon synth vecchio stampo, quello più elementare ed etereo, con una netta prevalenza di quest’ultimo in effetti. Pochi e semplicissimi ingredienti, con i quali il nostro tenta di dare forma alla propria visione artistica, tra castelli in rovina, melodie sinistre, regni dimenticati e neri incantesimi, senza tralasciare un tocco di vampirismo, argomento che ultimamente sembra essere tornato di moda nell’umidità delle grotte più ammuffite e nel fetore dei sepolcri scoperchiati, tra i quali si muovono le realtà più rancorose e sfuggenti della scena underground. Questo “Die Wampyriskra Symphonie”, che esce in formato vinile ed in edizione limitata a sole centocinquanta copie per la lituana Inferna Profundus Records, etichetta che si sta sempre più specializzando nello scovare e proporci questo genere di nefandezze sonore (strizzando l’occhio ai collezionisti più incalliti), se non ho capito male dovrebbe essere una sorta di raccolta di vecchie demo (che rispondono ai nomi di “Secluded In A Bitter Obsidian Eclipse”, “Ave Carpathia” e “Baaklhariah”), oltre forse ad alcuni inediti.

Il tutto registrato in modo rigorosamente analogico, con mezzi scarsissimi, nel freddo del più freddo degli inverni e ovviamente in completa solitudine, al fine di catturare quell’alone mistico ed esoterico che il nostro amico tenta di restituirci attraverso la sua musica. Musica che, come avrete facilmente intuito, non ha nulla ma proprio nulla di originale e gioca tutte le sue carte nella ricreazione di quelle atmosfere al tempo stesso gelidamente maestose e malinconiche che permeavano praticamente tutte le uscite di questo genere intorno alla metà degli anni novanta.

Puro revival quindi? Direi di sì, con la consueta colata di attitudine pura e cristallina, che in questo caso fortunatamente si accompagna alla capacità di dare effettivamente corpo a sensazioni ed emozioni note e confortevoli quanto volete ma che ognuno di noi pur sempre ricerca quando si accosta ad un lavoro di questo tipo. I brani black metal alla fine sono soltanto due (“Orgiastic Feast In Excrement” e “Scepter Of Translucent Virulence”): due canzoni fatte di nebbia e riverberi cacofonici, con la chitarra dal suono assolutamente impastato, la voce che è un lamento bestiale lontano e quasi indistinguibile e la batteria che martella ma si sente molto poco a causa della registrazione artigianale dalla quale esce fortemente penalizzata; insomma roba primitiva accostabile in quanto a sonorità a quanto di più “true” arriva ultimamente dal Portogallo.

Il resto del disco è composto da pezzi ambient, che non possono che richiamare alla mente Burzum e il primo Mortiis, e in certa misura anche i Raison D’Être più minimali: tenui e funesti, costruiti su flebili note di tastiera che sembrano non emergere mai del tutto da un orizzonte pallido e morboso, si dipanano come una sorta di colonna sonora notturna, insieme minacciosa e delicata, con poche variazioni sul tema, andando a costituire (con esclusione di “Oubliette”, che funge da intro) una lunga e monolitica coda strumentale ai due episodi black.

Questo è quanto: poco più di mezz’ora di “old school dungeon synth & raw black metal”, per utilizzare la definizione contenuta nella scheda di presentazione del promo, poco fantasiosa ma per una volta perfettamente calzante rispetto a quello che andremo ad ascoltare. In conclusione, non vi è molto altro da aggiungere: se volete fare un giro tra paesaggi musicali già esplorati ma nei quali è sempre piacevole immergersi, allora date pure un ascolto a questo disco, senza però aspettarvi nulla di sconvolgente o anche solo di minimamente innovativo.