Demonia Mundi – In Grembo Mater…

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Nati nel lontano 1996, i calabresi Demonia Mundi hanno dovuto attendere ben venticinque lunghi anni prima di poter dare alle stampe il loro esordio sulla lunga distanza. Prima di questo disco infatti i nostri hanno pubblicato un paio di demo (“From The Deep…” e “In Deamonium Nocte”, rispettivamente nel 1997 e nel 1999) e successivamente un ep, “In Hoc Signo Vinces”, nel 2008. La loro storia sembra essere quella di moltre altre realtà underground: una lunga gavetta, costellata probabilmente da diverse difficoltà, che è servita però a maturare ed a concepire un sound quanto più possibile definito, che trova adesso compiuta espressione in questo “In Grembo Mater…”, senz’ombra di dubbio il loro lavoro più ambizioso, sorprendente concentrato di black metal dalle sfumature epiche e folkish, incentrato su un concept di matrice occulta ed esoterica. Questo disco è la plastica dimostrazione di come sia ancora oggi possibile confezionare un lavoro in tutto e per tutto “di genere” senza tuttavia appiattirsi completamente su quanto fatto da più noti colleghi nei decenni scorsi: i Demonia Mundi infatti riescono a dire qualcosa di personale, mescolando diverse influenze classiche in un cocktail di melodie e passaggi furiosi ed aggressivi, momenti atmosferici e riflessivi, e ritornelli a modo loro anthemici, spaziando tra la consolidata tradizione del metal tricolore di matrice occulta (con suggestioni dirette riconducibili perfino agli iconici e seminali Death SS) e la scuola scandinava, con un particolare occhio di riguardo alle soluzioni melodiche made in Sweden che tutti abbiamo imparato a conoscere dagli anni novanta in poi.

Ciò che più colpisce, al di là dell’indubbia capacità di scrittura del quintetto di Reggio Calabria, è la cura quasi maniacale che i nostri sembrano aver riservato ad ogni aspetto del disco: dai testi, molto lontani dalla consueta blasfemia becera e coatta (che peraltro ci può stare ma non in un lavoro di questo tipo), agli arrangiamenti particolarmente cesellati; dalla produzione, che riesce ad esaltare l’amalgama sonoro con una buona dose di potenza, senza incidere in maniera negativa sulle atmosfere sulfuree e rituali evocate dalla band, al lavoro sulla struttura dei pezzi, che si concentra volentieri sulla classica forma canzone (strofa-bridge-chorus), senza timore di lasciarsi andare a momenti accattivanti e di immediata presa emotiva sull’ascoltatore. I Demonia Mundi infatti, con grande naturalezza, fondono la violenza feroce e criptica del black metal con l’eleganza melodica dell’heavy in senso più generale, e quello che ne esce potrà essere ugualmente apprezzato sia da parte dei sostenitori più intransigenti dell’ala estrema del metallo nero sia da parte di coloro che non disdegnano fughe in territori metal tout court. Esempi di quanto appena detto sono chiaramente l’opener “A:·A:·Of Black Fogs And Shaded Empires”, con il suo attacco al fulmicotone, anticipato da una breve intro arpeggiata, e il suo ritornello trascinante; così come la conclusiva “The Horned And His Thousand Whelps”, esaltante cavalcata dal sapore epico, nella quale la melodia dai richiami quasi maideniani è perfettamente inserita in un contesto black.

E ancora episodi come “Hieros Gamos” e “Et In Arcadia Ego” (a mio giudizio vera punta di diamante di un disco che in realtà non conosce momenti di stanca), nelle quali emerge con tutta la sua forza dirompente l’anima folk dei nostri, che si esprime in cori possenti, declamati in clean vocals al tempo stesso potenti ed oscuri. L’elemento folk è comunque presente anche in altri frangenti e si esprime attraverso stacchi acustici ed atmosferici, cantato in clean (ad esempio le strofe iniziali di “Intra Grembo”, altra canzone davvero riuscita, che suonano come una nenia rituale) o momenti recitati, sempre caratterizzati da un piglio esoterico vagamente paganeggiante, che sembra rimandare a innominabili culti ormai sepolti dalla sabbia del tempo. In definitiva con “In Grembo Mater” i Demonia Mundi centrano il bersaglio grosso e, considerato quello che possiamo ascoltare in questo disco, si può affermare che la lunga attesa prima del full length di debutto è stata ampiamente ripagata da un lavoro che suona organico, naturale e personale, senza per questo abbandonare la strada maestra da altri tracciata in passato: un disco assolutamente consigliato, che si candida con tutta probabilità ad essere una delle migliori uscite italiane dell’anno e che ha tutte le carte in regola per poter diventare un album “di culto”.