Morgurth – …And Then There Shall Be Silence

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One ma band di recente formazione, proveniente da Ferrara, dietro la quale si cela il mastermind e factotum Narthang, che si è occupato di ogni aspetto di questo disco, Morgurth (da “Mor” e “Gurth”, rispettivamente “oscuro” e “morte”) prende il nome dalla lingua di Edarin, creata da J.R.R. Tolkien, al quale un buon 70% delle bands black metal dovrebbe erigere un monumento postumo. Alla classica ispirazione di matrice tolkeniana si accompagna una musica altrettanto classica, che si sostanzia in un black metal atmosferico, declinato tuttavia in maniera decisamente violenta e d’impatto: il nostro amico sembra puntare tutto sulle sensazioni create dall’ossessivo ed impenetrabile muro di chitarre, che ci avvolge come una tempesta di neve rigida ed inclemente, dando corpo alle visioni liriche, incentrate soprattutto sulla magnificenza della natura invernale, suggestivamente ritratta nell’immagine di copertina, che raffigura un paesaggio boschivo innevato alle prime luci dell’alba presso la località alpina di Molveno. Le sei canzoni presenti in questo lavoro, che rappresenta l’esordio per questo progetto, direttamente sulla lunga distanza, hanno tutte il medesimo piglio, il che ci restituisce coerenza ed unità d’intenti ma anche un’eccessiva somiglianza tra un pezzo e l’altro, come se in effetti fossero i capitoli di un unico e coeso discorso musicale.

Nella musica di Morgurth si percepiscono echi di certo black metal esteuropeo (penso ad esempio a gruppi come i russi Forest, Vargleide e Branikald ma in certa misura anche agli ucraini Drudkh): l’immersione totale nella natura ci trasporta in un’altra epoca o in una dimensione onirica ed è discretamente veicolata dalle aperture melodiche che innervano il tessuto aggressivo dei brani. A mio giudizio questo “…And Then There Shall Be Silence”, accanto a spunti sicuramente degni di interesse, presenta un limite strutturale (ovviamente perdonabile, trattandosi di un debutto assoluto), ovvero, come accennato in precedenza, la scarsa varietà compositiva: le soluzioni adottate si ripetono con poche variazioni sul tema sostanzialmente per tutto il minutaggio dell’opera (oltre che all’andamento generale delle canzoni, penso ad esempio agli arpeggi che costellano le stesse).

Potrebbe trattarsi (ed anzi ritengo sia proprio così) di una scelta precisa, al fine di enfatizzare il mood del disco ed immergere completamente l’ascoltatore nel proprio viaggio contemplativo, tra scenari selvaggi ed incontaminati, dai quali la presenza umana sembra essere tassativamente bandita (emblematica a questo proposito “Land Of The Cold And The Perennial Night”, a mio avviso il pezzo migliore e più rappresentativo del lotto). A prescindere dai gusti personali o dallo stato d’animo del momento mi sento di dire che Morgurth non riesce ancora completamente a brillare di luce propria: tuttavia gli amanti di questo genere di sonorità potranno apprezzare, specie se inclini alla riflessione e alla meditazione.