Ande – Bos

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Per alcuni versi la variabile “atmosferica” del black metal è forse una delle più ostiche in assoluto; se poi si aggiungono influenze tendenti al doom d’annata, con qualche inflessione post black metal, allora dovrete accertarvi di non avere tendenze depressive o autolesioniste, perché potreste farvi del male. “Bos” significa semplicemente “foresta” e sta a rappresentare la località dove il leader degli Ande vive e che vuole omaggiare pezzo dopo pezzo. Ci racconta Jim, mastermind del progetto: “le canzoni parlano di come è la routine dove vivo io, dei campi che mi circondano e della natura. Quindi parte delle canzoni sono ispirate alla bellezza, alla speranza e fondamentalmente alle cose tranquille. Tuttavia, d’altro canto, racconto pure di quando ho perso qualcuno caro qualche tempo fa. Diciamo che all’interno dei testi c’è questa costante dualità. Volevo che la bellezza della natura si riflettesse nella copertina, ecco perché ho scelto questa copertina davvero verde, di una fotografia scattata l’estate scorsa vicino a casa mia”. La dualità di cui ci parla Jim si esprime nelle sonorità che dominano i cinquantacinque minuti del platter, che sono il contrario di ciò che la copertina vuole trasmettere: sensazioni di angoscia, ansia e claustrofobia non ci concedono un solo istante di pace; ci portano sottoterra dove le radici della foresta prendono vita. Seguendo le otto tracce del disco si percepisce una sorta di perdizione, che viene interrotta sporadicamente da qualche raggio di sole creato da riff più ariosi, al limite dello shoegaze che strizza l’occhio al rock progressivo moderno, ma sono giusto pochi accenni sperimentali,così come gli intermezzi atmosferici ambient, che servono a far acclimatare l’ascoltatore, come una sorta di pillola anestetica.

La scuola black metal ortodossa della seconda ondata tuttavia è sempre lì, dietro l’angolo, e se la bella “Het Broek” (che tra l’altro è il nome della piccola foresta rappresentata nella copertina) finisce in maniera delicata, la seguente “Vogelvlucht” è un attacco frontale barbaro e cinico. Questo alternare continuamente un riffing isterico a momenti più ragionati è proprio ciò che l’artista enfatizza in ogni singolo capitolo del disco: appunto la dualità menzionata dallo stesso autore. E se la citata“Volgelvlucht”, dopo un inizio devastante, riesce a portarci in ambientazioni rarefatte, accompagnate addirittura dal cantato in clean, perfino l’ascoltatore più attento rischia di perdere la bussola e rimanere spaesato con le andature doom di “Ransuilen”, ovattata e pachidermica nel suo andamento marziale, o “De Bierteller”, ennesimo inno alla brutalità che insiste sui cambi tempo senza dare punti di riferimento all’ascolto, che non risulta mai eccessivamente fluido. Un lavoro ostico, per non dire complesso, nonostante risulti meno violento rispetto al precedente “Vossenkuil”, che potrebbe spazientire chi non è avvezzo a certe sonorità, ma qualitativamente impeccabile, grazie soprattutto al guitarwork che, pur non sfoggiando assoli memorabili, produce un quantitativo di riff davvero incontenibile, vario e ispirato. Le tastiere ricoprono un ruolo da gregario ma riescono,in un pezzo come “Mijn Hart”, a dare finalmente un contributo importante, senza mai essere invadenti o eccessivamente spavalde, come capita nella maggior parte dei dischi di matrice atmosferica.

Gli Ande (o Jim, fate voi) scrivono, a distanza di un solo anno dal suo predecessore, un disco che lascia davvero inermi per la potenza sprigionata e per la vena compositiva del mastermind belga che, tra second wave, fraseggi avant-garde, chitarre più gracili e solari (senza far mai mancare quel senso di claustrofobiaormai divenuta marchio di fabbrica del suo progetto), riesce a compiere un ulteriore passo in avanti, confermandosi come una delle migliori realtà underground in questa particolare nicchia.