Antediluvian –The Divine Punishment

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Chi l’ha detto che il black/death metal (o metal of death che dir si voglia) è un genere stantìo, fondamentalmente uguale a sé stesso ed assolutamente refrattario ad ogni tipo di sperimentazione? Io certamente l’ho detto perché in molte occasioni è proprio così: ci si ritrova ad ascoltare band che si limitano a ricalcare in maniera pedissequa sentieri già ampiamente solcati in passato, riuscendo nel migliore dei casi a conferire giusto un tocco di freschezza al songwriting e all’esecuzione. Non è però questo il caso degli Antediluvian che nel corso degli anni hanno dato un nuovo senso a questo particolare sottogenere (insieme ad altri gruppi come Portal, Mitochondrion e Malthusian, per citarne alcuni), arricchendolo con un’interpretazione avanguardistica, con un piglio che si potrebbe perfino definire progressivo, attraverso canzoni costruite su strutture ostiche e selvagge al tempo stesso e testi “filosofici”, ben lontani dalla consueta blasfemia un tanto al chilo. A ben otto anni di distanza dal precedente full length, il criptico e malsano “λόγος”, (comunque costellati dalla classica serie di uscite minori nei più svariati formati), i terribili ragazzi del Canada tornano a far parlare di sé con questa loro terza fatica sulla lunga distanza, che segna un ulteriore step nel loro percorso di lucida follia musicale e risulta il loro lavoro più astratto e caleidoscopico ma forse, paradossalmente, anche quello meno ostico all’ascolto, grazie soprattutto ad una registrazione polverosa il giusto ma senza punti deboli, che non affossa affatto i suoni e rende ben percepibili le varie sfumature della musica così criptica e vorticosa del combo ora di stanza a Edmonton. La band, che è sempre stata fondamentalmente un duo formato dal cantante e chitarrista Haasiophis e dal batterista Mars Sekhmet, con l’ingresso in pianta stabile da qualche anno del bassista Aedh Zugna, con questo album spazza via la concorrenza e si appresta a conquistare un posto di rilievo nel panorama metallico più estremo.

Tematicamente incentrato sulle manifestazioni più morbose di una devianza carnale patologica, sfrenata e crudele, dalla quale dovrebbe derivare, in una sorta di contrappasso dantesco al contrario, l’assoluta purezza dello spirito, “The Divine Punishment” è un disco contorto, nel quale la musica fa da perfetto contraltare a mutilazioni, perversioni e trasgressioni di varia natura: senza rinunciare agli stereotipi del genere, come chitarroni stratificati, assoli schizofrenici e growling cavernoso e ultragutturale, che rimandano ai vari Revenge, Conqueror, Diocletian e compagnia, i nostri simpatici amici edificano architetture dalle geometrie bizzarre e non convenzionali, mescolando gli elementi tipici del black/death più pesante ed oscuro con un tribalismo dal sapore rituale, che si manifesta attraverso percussioni potenti e sghembe, ipnotiche ed ossessive, a sua volta ibridato da una certa tensione mistica, ben veicolata da svariati effetti ambiental/elettronici, sintetizzatori e campionamenti (e persino un violino strategicamente posizionato) e continue fughe strumentali, dove le chitarre si fanno sfocate e più distorte che mai, richiamando a tratti i Deathspell Omega più trucidi e death-oriented.

In questo tour de force turbolento, caotico e quasi privo di punti di riferimento è pressoché inutile citare uno o l’altro brano perché tutti sono parte di un discorso fitto e intrecciato, che disorienta l’ascoltatore: tuttavia la pachidermica opener “Obscene Pornography Manifests In The Divine Universal Consciousness” e “How The Watchers Granted The Humans Sex Magick In The Primordial Aeon”, quest’ultima caratterizzata nella sua parte iniziale da spiazzanti “cori” in sottofondo in una sorta di clean dal retrogusto sciamanico, rappresentano le punte di diamante di un album sempre teso ed ispirato e tra le migliori cose prodotte finora dalla band. Meticolosamente scolpito nella pietra più nera, inaccessibile eppure affascinante “The Divine Punishment” è il punto d’approdo di un cammino evolutivo coerente e rigoroso: potrà piacere sia agli aficionados delle sonorità più luride e vecchio stampo sia a quanti non si accontentano e cercano anche qualcosa di diverso e sorprendente. Un capolavoro? Non lo so, lo dirà il tempo (come sempre), anche se sono convinto che le band del filone si troveranno in qualche modo a dover fare i conti con questo disco negli anni a venire.