Winterstorm – Vinterstormener

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Continuiamo la nostra esplorazione della fertile scena underground estrema ecuadoriana e, dopo aver conosciuto di recente Wampyric Rites e Dungeon Steel, questa volta tiriamo fuori dal cilindro il progetto Winterstorm. Per la verità solo due membri su tre provengono dall’Ecuador, e si tratta del cantante e bassista Wampyric Strigoi (già tra le fila dei due gruppi citati) e del chitarrista Bifrous Nocturno (anche lui impegnato in svariati altri gruppi), mentre l’altro componente è cileno ed è una nostra vecchia conoscenza, ovvero Lord Valtgryftåke, mente e motore dei Ründgard (di cui abbiamo da poco recensito il debutto sulla lunga distanza “Stronghold Of Majestic Ruins”) e qui in veste di batterista e tastierista. Vi ricordate le critiche sulla registrazione di “Under A Funeral Moon” all’indomani della pubblicazione di quello che è diventato nel corso degli anni una pietra miliare del true black metal? Ecco, qui siamo oltre la produzione low-fi e il sound cantinaro, qui siamo nell’iperuranio della sporcizia, dell’imperfezione casalinga e dell’effetto “tempesta di neve associata ad aspirapolvere alla massima potenza”, che in questo caso finisce per penalizzare soprattutto il suono della batteria, davvero distante ed affossato, specie rispetto a quello delle chitarre, invece registrate a volume altissimo: insomma, vette di marciume raggiunte a suo tempo solo dalle vecchie demo di gente come Vlad Tepes e Brenoritvrezorkre. Questo per rendere fin da subito l’idea di cosa vi aspetta una volta premuto il tasto play: qualcuno potrà considerare tutto ciò semplice cacofonia inascoltabile, qualcun altro invece potrà gongolare per il suono gracchiante e il piglio integerrimo e senza compromessi.

Noi ci poniamo nel mezzo e diciamo che si tratta di un disco assolutamente prevedibile in ogni sua sfumatura, che tuttavia riesce ancora a conservare e a restituirci quelle atmosfere criptiche ed inaccessibili, e quell’approccio ultra grezzo che ricorda i prodotti più autarchici dei gloriosi anni novanta, che quasi tutti rimpiangono e di cui molti cercano di ricatturare l’indefinibile magia. Il tutto assolutamente in linea con le produzioni della portoghese Signal Rex, di cui questo lavoro può rappresentare un esempio perfetto (peraltro la prima edizione in cassetta era uscita qualche mese fa per la misconosciuta etichetta cilena Mahamvantara Arts). Dal riffing zanzaroso allo screaming da demone incazzato, passando per la copertina sgranata in rigoroso bianco e nero, con logo e titolo appiccicati lì, e per una produzione tutta fruscii e riverberi, che rifugge ogni fronzolo tecnologico per dare spazio ad un’immediatezza che sfocia quasi nell’improvvisazione: “Vinterstormener” è un bignami di luoghi comuni, e anche dal punto di vista lirico non ci si schioda nemmeno per un attimo dagli argomenti più classici, con gelo e notte, inverno e oscurità, vento e lontani orizzonti a farla da padroni assoluti. Una devozione totale, un piglio naïf che potrebbe perfino fare un po’ di tenerezza.

Eppure… spogliandosi di ogni sovrastruttura, facendo finta di non aver sentito buona parte dei dischi black usciti negli ultimi trent’anni e tenendo conto anche della provenienza geografica del gruppo (una zona dove queste sonorità possono considerarsi tutto sommato ancora relativamente “giovani”), qualche elemento di interesse lo si può trovare anche in un disco come questo, che apparentemente non avrebbe molto da offrire. Parlo ad esempio dei passaggi più lenti e malinconici dal sapore burzumiano che costellano qua e là i vari pezzi (soprattutto la conclusiva “A Distant Horizon”), per il resto costruiti come furiosi assalti all’arma bianca, innervati dalle consuete cascate di blast beats. In fin dei conti anche gli ascoltatori più scafati potranno trascorrere una mezz’oretta tra paesaggi sonori famigliari ma pur sempre colmi di un fascino arcano, mentre quelli meno avvezzi a questo genere di sonorità potrebbero apprezzarne la fredda purezza iconoclasta e magari, grazie a questo disco, riscoprire alcuni capolavori del passato che ne costituiscono chiara fonte d’ispirazione (inutile fare nomi: in pratica tutta la scena true black metal scandinava della prima metà degli anni novanta). In definitiva una sufficienza d’incoraggiamento ci può stare per un lavoro che punta sull’attitudine e poco altro. Come si diceva una volta: prendere o lasciare!