Galpedar – Redemption Through Extinction

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Ad un anno circa di distanza dalla pubblicazione della demo d’esordio “Eridan Hordes” tornano a far sentire la propria voce gli emiliani Galpedar, duo composto da Helhest (chitarra, tastiere) e Rhiw (voce, basso), ai quali si è da poco aggiunto il batterista Dagon, a completare una line up che, considerato il genere proposto, necessitava a mio giudizio di una batteria in carne ed ossa (benchè nel precedente lavoro la drum machine fosse ben programmata). I nostri amici si mantengono fedeli al formato demo, restando legati ad una dimensione fortemente underground, ma questo “Redemption Through Extinction” ha una durata leggermente superiore rispetto al suo predecessore e presenta un maggior numero di pezzi, più brevi questa volta, che in parte riprendono le coordinate stilistiche di “Eridan Hordes” e in parte se ne discostano, quel tanto che basta per dare testimonianza di una certa diversificazione delle influenze all’interno di un sound che si mantiene comunque coerente rispetto alle sue premesse di partenza. Pur sempre di black metal gelido e tagliente infatti si tratta, con influenze riconducibili direttamente all’epoca d’oro del genere, nella sua declinazione scandinava e in particolare norvegese.

E se i richiami ai vecchi Darkthrone restano ben in evidenza, ecco emergere più chiari riferimenti ai primi Immortal, ai primi Emperor o ai meno noti Demonic di “Lead Us Into Darkness”, ad esempio in un pezzo lineare ma efficace come l’opener “Wrathside”, dannatamente ficcante con la sua struttura semplice che ci riporta in un momento indietro nel tempo, quando canzoni come questa riempievano le demo di gruppi misteriosi provenienti dalle fredde lande del Nord Europa, che rilasciavano strane interviste sulle riviste di settore. Viene però conservato un certo piglio paganeggiante, che avevamo potuto cogliere già nel lavoro precedente e che ben si inserisce nella proposta ruvida dei G, come in “Marsh Lurks In Darkness”, altro brano di buona qualità, intriso di umori old school. Anche le successive “And Doom Brought Grief” e “Wardens Of The Forlorn Wisdom” si muovono seguendo gli stessi binari, mescolando il classico andamento cantinaro e gracchiante con momenti di più ampio respiro, a volte vagamente impregnati di sinistre melodie, e buoni cambi di tempo che lasciano anche spazio a passaggi più rallentati e malinconici.

Sono però i primi due pezzi quelli che mi hanno colpito maggiormente e che possono rivelare una certa evoluzione nel sound dei Galpedar, anche se ovviamente nel loro caso la parola va presa con le pinze, perché non credo sia interesse della band spostarsi da certi confini ben definiti, a livello puramente musicale ma anche di immaginario evocato. Insomma i Galpedar fanno centro con un lavoro che rispetta i dettami dell’estetica “do it yourself” e che saprà soddisfare gli amanti di questo genere di sonorità. Che sia finalmente giunto per il gruppo italiano il momento di esordire con un full length? È una decisione che prenderà la band, che tuttavia a mio giudizio dimostra di essere pronta per compiere questo “grande passo”.