Horam – Mater Sepolcris

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One woman band proveniente dalla Puglia, dietro la quale si cela la factotum Herah Of Ice, all’anagrafe Veronica Dell’Aquila, Horam è un progetto incentrato sulle credenze e i culti della preistoria, un’era dell’evoluzione umana in cui le condizioni erano davvero estreme e la vita era segnata da un legame indissolubile con il ciclo della natura, e quindi con la morte. Per usare le parole della presentazione, questo ep, che segna il debutto di Horam “parla di come la morte e la sua dea venivano viste nell’antichità, in particolare durante l’era glaciale, quando le risorse erano scarse e la longevità non era amata come ai giorni nostri. A quei tempi, la dea dei morti era venerata e la morte era il tema più comunemente invocato”. Diversi sono i progetti, anche italiani, più o meno vagamente ispirati a tematiche che hanno a che fare con la preistoria ma in questo caso il tiro vira verso una sfumatura che potremmo definire più spirituale e che fa il giusto paio con la musica, un black metal atmosferico dalle tinte cupe e funeree. Le canzoni contenute in questo lavoro, in sostanza tre incorniciate da un’intro e un’outro ambientali, si muovono nel recinto del sottogenere di riferimento, il black metal atmosferico appunto, del quale rispettano abbastanza fedelmente i canoni, declinandoli tuttavia in una forma piuttosto grezza, che rimanda al classico sound degli anni novanta più che agli sviluppi maggiormente raffinati che il black atmosferico ha avuto più di recente.

Oltre al suono tradizionalmente sporco, funzionale al desiderato coinvolgimento emotivo dell’ascoltatore già avvezzo a questo tipo di resa sonora, ciò che salta fin da subito all’orecchio è la naturale capacità di Herah Of Ice di passare, sia con gli strumenti che con la voce, da momenti più aggressivi ad altri più soffoca(n)ti e cimiteriali, condendo il tutto con qualche squarcio melodico e passaggi dal piglio etereo e sognante: una discreta quantità di ingredienti quindi, che vengono mescolati in maniera soddisfacente tenendo fermo un approccio di fondo che rimane minimale.

Sotto questo aspetto l’episodio più riuscito è a mio parere “Il Senso Nella Morte”, canzone nella quale gli elementi identificativi del lavoro sono amalgamati meglio che altrove e che mostra tutte le potenzialità di questo progetto. Un progetto che, almeno a livello di intenti generali, appare già sufficientemente maturo, considerando il fatto che si tratta pur sempre di un’opera prima. Al netto di qualche, forse inevitabile, ingenuità compositiva, che certamente potrà essere emendata in futuro, credo che chi apprezza le sonorità che si diffondono come una nebbia maligna e al tempo stesso conservano la loro sostanza violenta potrebbe dare un ascolto a questo “Mater Sepolcris”: le premesse per fare qualcosa di interessante ci sono tutte.