Con “Sila Nuna” i Sedna firmano probabilmente quello che ad oggi è il loro lavoro più maturo, coeso e incisivo. Un disco che non si limita a proseguire il percorso atmosferico intrapreso nel corso degli anni anni ma lo ridefinisce attraverso una visione più dura, diretta e profondamente umana. Il cuore di “Sila Nuna” è il suo immaginario: la mitologia inuit, caratterizzata da un dialogo continuo tra cielo e terra e popolata da spiriti animali e divinità primordiali. Lungi dall’essere un mero abbellimento esotico, questo contesto rappresenta il terreno narrativo su cui la band plasma il proprio linguaggio. Ogni brano sembra evocare un’entità, non in senso descrittivo ma metaforico, richiamando ad esempio la fragilità e la ferocia delle esperienze umane. Il disco è quindi un viaggio simbolico, più introspettivo di quanto la durezza dei suoni faccia immaginare. La prima cosa che colpisce è la nuova direzione sonora rispetto ai lavori precedenti, perché i Sedna scelgono di essere più taglienti, concisi e violenti. Le strutture si accorciano, le esplosioni black diventano più serrate e il peso del post-metal emerge con maggior decisione. Non sparisce l’anima atmosferica della band e infatti le tracce ambientali arricchiscono e determinano ancora il loro stile ma tutto viene incanalato in modo più chirurgico. Invece di lunghi crescendo troviamo impatti immediati, improvvisi rallentamenti sludge e aperture melodiche che sembrano fenditure nel ghiaccio. La produzione di Jack Shirley (collaboratore, tra gli altri, dei Deafheaven) valorizza questo equilibrio, tutto è definito e potente ma senza perdere la grana ruvida indispensabile al genere; forse il mix è leggermente pesante e carico di basse ma questa è una mia valutazione strettamente personale.

In questo quadro d’insieme si ha anche una certa variabilità di sfumature: “Torngarsuk” è una brano oscuro, dal sapore spirituale, come una presenza antica che osserva da un luogo senza tempo; “Amarok” ha invece un approccio quasi rituale, è un richiamo nel vuoto che esplode in un vortice di chitarre fredde e voce lacerante ed è forse il brano che più incarna la nuova identità della band; “Tulugaq” è il respiro centrale del disco, ipnotica, stratificata, attraversata da linee melodiche sottili che emergono come riflessi sulle superfici ghiacciate; infine “Sedna”, un colosso emotivo che crea un senso di solennità e abbandono, come un ultimo sguardo agli abissi in cui dimora la dea che dà il nome alla band.

Dietro la furia di “Sila Nuna” si nasconde un disco estremamente personale e sembra di percepire che la band ha attraversato momenti complicati durante la produzione, il cambio di line-up su tutti, laceranti attese e diverse revisioni. Tutto questo è stato trasformato in musica che non è solo catartica ma sincera e vulnerabile. La descrizione che accompagna il disco: “una ferita aperta, una forma di liberazione” non è mero marketing ma corrisponde perfettamente alla sensazione che lascia l’ascolto. Potrebbe trattarsi di un punto di svolta. I Sedna non cercano più soltanto di evocare atmosfere cosmiche o apocalittiche: qui parlano dell’uomo attraverso il mito, del gelo interiore attraverso gli spiriti del Nord, della lotta tra luce e buio attraverso un linguaggio sonoro più diretto e feroce. Un disco che sa essere bello senza essere rassicurante, pesante senza essere fine a sé stesso, spirituale senza cadere nel simbolismo superficiale. Un’opera solida, intensa, oscura e sognante.









