Momento culturale: Darvaza, ovvero “cancello” in persiano, è un cratere gassoso in Turkmenistan, originato dal collasso di una caverna di gas naturale, che brucia ininterrottamente da circa cinquant’anni, noto anche con il pittoresco appellativo di “porta degli inferi”. Verrebbe da dire che mai nome fu più azzeccato, considerato che il concept dei Darvaza gira tutto intorno al satanismo esoterico e ai suoi occulti simbolismi. La band, sicuramente nota a quanti bazzicano l’underground black metal grazie ad una manciata di ep e all’album d’esordio “Ascending Into Perdition” del 2022, è un duo formato da Omega, alias Gionata Potenti, e Wraath, entrambi impegnati in una miriade di progetti, dei quali sarebbe veramente troppo lungo e dispersivo fare l’elenco: il primo si occupa di tutti gli strumenti e il secondo della voce. Questa seconda fatica sulla lunga distanza prosegue il discorso stilistico intrapreso dalla band fin dagli esordi, le cui coordinate sono sostanzialmente inquadrabili nel filone “religious”, anche e soprattutto per le tematiche liriche. Perché musicalmente i nostri amici si discostano parecchio, e per fortuna, dalla pletora di gruppi riconducibili al medesimo filone, solitamente impegnati a costruire cervellotici deliri dissonanti spesso fini a sé stessi, conditi da citazioni dalla Bibbia ad libitum e qualche coro monastico, nel disperato tentativo di porsi sulla scia dei vari Deathspell Omega e Funeral Mist. I Darvaza invece seguono un’altra strada e prediligono canzoni dalle strutture piuttosto lineari e canoniche, molto metal nel senso classico del termine, sostenute da un riffing asciutto ed essenziale ma dannatamente efficace ed impreziosite da poche diversificazioni piazzate al posto giusto e nel momento giusto, che si tratti di una sinistra melodia, di qualche nota di tastiera o di una sparuta ed inquietante voce femminile.

L’incedere dei brani è per lo più pesante e cadenzato e in questo senso mi pare che giochi un ruolo importante la sezione ritmica, con basso e batteria polverosi e catacombali ma sempre ben presenti e che anzi in alcune occasioni sembrano quasi rubare la scena alle chitarre.

In generale si ha la sensazione che la band si voglia affidare proprio al groove per dare corpo a quell’atmosfera plumbea e sulfurea che permea l’album nella sua interezza, ed anche se naturalmente non mancano le parti più tirate il gruppo non cede mai alla tentazione di lasciarsi andare alla ferocia belluina.

L’opener “Holy Blood” e “Blood Of No-One” sono degli ottimi esempi della perfetta combinazione di questi elementi: canzoni semplici, se vogliamo, ma che colgono nel segno grazie ad un appeal sottilmente luciferino.

Ed anche quando la band rallenta ulteriormente i ritmi non risulta meno interessante: prova ne siano le altrettanto riuscite ed insinuanti “Lazarus” e “Slaying Heaven”. Conclusione affidata all’autocelebrativa “Darvaza”, epitome del disco che in qualche modo ne riassume e ne sublima tutti i tratti distintivi. In definitiva non serve suonare a velocità disumane per fare black metal ed è possibile conservare un approccio personale anche senza essere eccentrici o forzatamente sperimentali: concetti che ci erano già ben noti e che i Darvaza ribadiscono con un lavoro intenso e convincente; e noi recepiamo volentieri. D’altronde quando il serpente è al tuo fianco viene più facile fare le cose per bene.









