Gli apicoltori più famosi della scena black metal tornano di prepotenza con “Tome II: Ignis Sacer”, secondo lavoro che porta avanti la loro visione concettuale del tutto peculiare. Il gruppo svizzero, noto per l’immaginario legato all’apicoltura medievale e alle malattie del corpo e dell’anima, sviluppa qui un linguaggio sonoro che tenta di fondere il black metal tradizionale con atmosfere sognanti e una cornice storico-simbolica piuttosto inusuale. L’album infatti ruota attorno all’ergotismo, il “fuoco sacro” che nel medioevo colpiva le comunità contadine attraverso il grano contaminato dal fungo claviceps purpurea, che diviene metafora dell’infezione spirituale e sociale. In questo senso il richiamo agli apicoltori, figure che proteggevano le api come depositarie di vita e conoscenza, diventa un contrappunto: mentre il mondo marcisce, l’alveare continua a produrre, anche se il miele sa di veleno. Una tematica affascinante e assai strana per una band estrema, alla quale fa da contraltare musicale un black metal abbastanza classico, con un suono grezzo, gelido e infame. Le chitarre costruiscono muri sonori ipnotici, i riff alternano momenti violenti a passaggi più atmosferici, mentre la voce, acuta e filtrata, è quasi il lamento straziante di un uomo torturato. Tratto distintivo è l’uso del mellotron che crea una dimensione quasi psicotica e arricchisce la proposta di un lato depressivo, calando l’ascoltatore in un’atmosfera surreale, straniante, a suo modo bucolica.

È molto amaro il miele di queste api e pezzi come “A Seed Of Aberration”, “Claviceps” e “Harvest” incarnano alla perfezione questa doppia anima: da un lato il black metal tradizionale, abrasivo e lineare, dall’altro la tendenza a inserire elementi melodici che sembrano emergere da un alveare in decomposizione. I synth non sono mai protagonisti ma contribuiscono a creare un senso di instabilità nell’incedere del lavoro mentre il guitarwork è quasi allucinogeno, grazie alla combinazione di riff circolari che si mischiano a soluzioni oniriche, dai tratti quasi “rockeggianti” all’occorrenza. La produzione chiude il cerchio mantenendo un suono scarno, quasi da demo, ma molto curato in tutti i dettagli, con un mixaggio coerente con l’approccio underground della band, che privilegia le frequenze medio-alte lasciando poco spazio al corpo del suono.

Ciò che potrebbe lasciare destabilizzati è la sensazione di trovarsi di fronte a un disco costruito con una precisione quasi maniacale, seguendo un sentiero tracciato in maniera impeccabile senza mai lasciarsi andare e rinunciando quasi totalmente all’impatto. Tuttavia ascolto dopo ascolto l’album cresce in maniera esponenziale ed è innegabilmente un passo avanti rispetto al debut, del quale perde la furia cieca conservandone però lo spirito. “Tome II: Ignis Sacer” farà uscire di testa chi cerca anche nel black metal più infimo un approccio simbolico e inquietante più legato all’aspetto rituale che all’impatto immediato (qualcuno ha detto Grima?). I Vígljós potrebbero essere una delle sorprese dei prossimi anni: per ora i nostri apicoltori curano bene l’alveare tenendo viva la putrida colonia.









