Dusk – Bunker

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Rieccoci qua, amici lettori, a pochi mesi dall’uscita di “Repoka”, a parlare ancora dei Dusk. La band centroamericana aggiunge infatti un’altra tacca alla propria discografia e non tradisce le aspettative dando alle stampe un album nel suo stile ormai ben riconoscibile. Ovvero un’altra devastante mazzata di black/industrial con forti venature elettroniche che colpisce alla massima potenza e con la violenza di un tornado. Pesante, contorta, ossessionante, sono solo alcuni degli oggettivi che possono descrivere l’inusuale esperienza sonora messa in campo dal combo costaricano in queste sette tracce (di cui sei inedite e una sfiziosa cover) che escono da ogni comfort zone solitamente associabile al black metal. Il “core” del genere c’è ed è anche molto coerente ma i classicismi strumentali sono pressoché assenti perché i sintetizzatori svolgono in pratica tutto quanto il lavoro, in maniera direi impeccabile, dando corpo ad un’atmosfera opprimente e soffocante in un modo che gli strumenti “tradizionali” non riuscirebbero a rendere con lo stesso incredibile pathos nel contesto musicale in questione.

D’altro canto l’approccio vocale è estremamente classico, benché reso molto più penetrante e oscuro dagli effetti applicati: demoniaco, distorto, a mio avviso decisamente contestualizzato nel concept sonoro del progetto. Rispetto al precedente ep “Bunker” mette in mostra un sound più maturo e di qualità, frutto di una ricerca sonora sostenuta da intelligenza creativa, con ampi squarci ambient che danno una boccata di ossigeno tra gli alienanti pattern elettronici e le chitarre campionate che si alternano a ipnotiche sequenze ritmiche. Per citare qualche esempio pratico: “Bunker III”  ha un piglio quasi rituale, tribale, mentre “Bunker VI” è l’esatto opposto, una tempesta di inchiostro nero nell’oblio più profondo; “Bunker IV” è forse la traccia migliore, rappresentando un giusto compromesso tra il black metal “normale” e le ampie possibilità che offre la musica elettronica.

E in chiusura la ciliegina sulla torta, ovvero la reinterpretazione/re-mix di una delle canzoni più iconiche di sempre, “Dunkelheit” del celebre e innominabile Conte: una versione apprezzabile e coraggiosa che a suo modo intende essere un omaggio a un disco fondamentale e al genere a cui comunque i Dusk continuano a guardare. Completa il quadro una produzione a livello tecnico molto buona (l’ascolto in cuffia è devastante). La visione musicale dei Dusk continua ad essere moderna, alternativa, sperimentale, intrigante e soprattutto fuori dagli schemi nei quali il black metal tende da diversi anni (spesso tristemente) a imbrigliare sé stesso. All’inizio potrebbero cogliere impreparati ma dategli spazio, meritano la vostra attenzione.