MAYHEM + MARDUK 17/02/2026 – ALCATRAZ MILANO

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La morte sopra l’Europa è passata da Milano, e per gli amanti del metal estremo si è trattato di un appuntamento semplicemente imperdibile. Immolation, Marduk e Mayhem riuniti in una combo di portata quasi storica per un tour, “Death Over Europe” appunto, che sta riscuotendo successo e sold out praticamente ovunque. Dovremo probabilmente abituarci sempre di più a eventi di questo tipo, con grandi nomi in coabitazione: la congiuntura economica sta infatti spingendo gli organizzatori a rinunciare ai concerti di medio calibro, privilegiando invece pacchetti di forte richiamo, più sicuri dal punto di vista dell’incasso. Incasso assicurato anche all’Alcatraz nel capoluogo meneghino, non solo per il prezzo del biglietto (oltre 50 euro!) ma anche per un pubblico che ha riempito il locale fino a sfiorarne la capienza massima, seppur nella consueta configurazione “ridotta”, per chi conosce il posto. Marduk e Mayhem non si presentano soltanto con il blasone di chi ha contribuito a forgiare il genere da oltre trent’anni, se non quasi quaranta, ma anche come due band in uno stato di forma eccellente. Gli svedesi, nonostante il costante avvicendarsi dei componenti nella sezione ritmica (attualmente i due Simon, Schilling alla batteria e Wizen al basso, quest’ultimo formalmente turnista), non hanno mai mostrato cali significativi: né nella produzione discografica, sempre di alto livello, né nell’infaticabile e incessante attività live. Il più recente “Memento Mori” ha fatto storcere il naso a qualcuno per la sua eccessiva vicinanza con i Funeral Mist, ma in definitiva si è rivelato un meritato successo di pubblico e critica. Del resto, sorprendersi dell’ingerenza di Mortuus nel sound della band appare piuttosto pretestuoso, considerando che il buon Daniel Rostén è il vocalist dei Marduk da ben ventidue anni (Ventidue! Mi sembra ieri che scrivevo sui forum “aridetece Legggion!!1!1!”). I Mayhem, dal canto loro, stanno attraversando una sorta di seconda giovinezza. Dopo un lungo periodo di difficoltà, segnato da una line up instabile e da dischi francamente deludenti (“Ordo Ad Chao”) o quantomeno mediocri (“Esoteric Warfare”), il leggendario gruppo norvegese ha riallacciato i nodi con il proprio passato, tornando a pubblicare lavori di alta qualità. “Daemon” del 2019 e il più recente “Liturgy Of Death” sono album di eccellente fattura; l’ultimo in particolare è impreziosito da almeno tre brani fenomenali (“Despair”, “Weep For Nothing” e “Aeon’s End”) ma purtroppo, a mio modesto avviso, è zavorrato ancora da una eccessiva quanto ormai proverbiale prolissità e da una produzione forse troppo moderna e compressa. Per ragioni logistiche personali sono purtroppo costretto a saltare gli Immolation ma le cose iniziano a farsi immediatamente serie quando i Marduk salgono sul palco, in un Alcatraz ormai gremito.

Chi scrive ha perso il conto delle volte in cui ha assistito a un concerto del combo di Norrköping e può quindi giudicarne la performance con una certa cognizione di causa. Esaltati da un pubblico già caldo e partecipe, e forse anche dal confronto diretto con i Mayhem, Morgan e soci mettono in scena il consueto “blitzkrieg”: poco più di un’ora di assalto frontale, votato alla devastazione sonora e alla sistematica aggressione dei padiglioni auricolari degli astanti. I suoni sono ottimi e ben bilanciati: la chitarra di Morgan ruggisce, la batteria di Bloodhammer stordisce e i latrati implacabili di Mortuus non concedono tregua. Forte di una discografia sterminata, la band propone sia classici ormai scolpiti nella pietra, come “Wolves”, “Cloven Hoof”, “Sulphur Souls”, “On Darkened Wings”, sia “nuovi” cavalli di battaglia come “Frontschwein” e “Shovel Beats Sceptre”, prima della conclusione affidata a “Panzer Division” e al sostenuto mid-tempo di “The Blond Beast”, ormai uno dei momenti più esaltanti in sede live. Come da tradizione, l’interazione col pubblico è ridotta al minimo sindacale, ma i Marduk hanno sempre lasciato parlare la musica, e anche questa sera lo fanno alla grandissima: un bombardamento sonoro diretto, potente e privo di fronzoli. Il pubblico meneghino apprezza e acclama a lungo il gruppo svedese, le cui magliette dominano nettamente la platea.

Un rapido cambio palco e una scenografia decisamente più elaborata anticipano l’esibizione dei Mayhem, che prende il via quasi all’improvviso. Necrobutcher fa appena in tempo a salire sul palco che “Realm Of Endless Misery”, estratta dall’ultimo album, è già partita. Necrobutcher, Teloch e Ghul, i due chitarristi, quasi gemelli, si presentano con un outfit insolitamente casual, in netto contrasto con Attila Csihar, che appare in scena con un elaborato costume, un vero melting pot tra Ghost, Batushka e l’Imperatore Palpatine. Il cantante ungherese è una presenza magnetica: emana carisma da ogni poro, si muove con fare ieratico e il suo screaming attraversa le pareti del locale. Il cantato evocativo, ancora una volta, riesce a far venire i brividi. Se i Marduk puntano tutto su forza, impatto e velocità, i Mayhem costruiscono il loro muro sonoro attraverso lunghe e intricate trame chitarristiche, capaci di far sprofondare l’Alcatraz in una sorta di ipnosi rituale, ulteriormente amplificata da un supporto visivo costante.

Dopo un rapido cambio d’abito, Attila ritorna sul palco con un look da generale di un esercito di demoni per uno dei momenti più alti dell’intera serata: “Freezing Moon”, capolavoro immortale che gela il sangue nelle vene, impreziosito dalla chicca della prima strofa affidata alla voce registrata di Dead.

Seguono altri classici come “Cursed In Eternity” e “From The Dark Past”, oltre alla già citata “Weep For Nothing”, che chiudono una prima parte di concerto già memorabile. La proiezione di vecchie fotografie del gruppo, con Dead ed Euronymous protagonisti assoluti, introduce l’ultima fase dello show. Attila si ripresenta con un gilet anni ottanta mentre Ghul sfoggia una canotta dei Motörhead: è il momento di tornare alle origini. L’Alcatraz viene letteralmente squassato in rapida sequenza da “Silvester Anfang”, “Deathcrush”, “Chainsaw Gutsfuck” e “Carnage”, prima del gran finale affidato a “Pure Fucking Armageddon”, che fa tremare il locale dalle fondamenta.

Il rituale si trasforma in bolgia, l’ipnosi in esaltazione, la devozione in frenetica passione. Concluse le danze, Attila si concede agli ultimi applausi di un pubblico in visibilio, pienamente consapevole di aver assistito a uno show di altissimo livello: quello di due leggende che continuano a occupare l’assoluto vertice della scena.