Attivi dal lontano 1993, i toscani Handful Of Hate, capitanati dal chitarrista e cantante Nicola Bianchi, rappresentano una delle realtà più longeve del panorama black metal italiano. “Soulless Abominations” è l’ottava fatica sulla lunga distanza e arriva a ben sette anni dopo il precedente “Adversus”, inserendosi in maniera del tutto coerente in una discografia ormai consolidata che ha sempre privilegiato l’uniformità e il rigore stilistico rispetto al rinnovamento o all’evoluzione, in perfetta continuità con lavori come “Vicecrown” e “Gruesome Splendour”. Il suono della band infatti anche in quest’occasione resta ancorato a un black metal tradizionale, feroce ma disciplinato, chiaramente debitore della seconda ondata nordeuropea e con evidenti richiami alla scuola svedese più aggressiva (Marduk e Dark Funeral su tutti), pur senza scadere nella mera imitazione e conservando anzi una propria specificità, non fosse altro che per la lunga militanza della band sulla scena. In questo senso brani come l’opener e primo singolo “Libera Me” o le successive “Worlds Below” e “Gall Feeder” rappresentano al meglio l’impostazione del disco e ne dettano l’attitudine con la loro velocità sostenuta, i riff serrati e la sezione ritmica incalzante che rendono un senso di urgenza costante, mentre “Winter March” mostra come la band sappia anche rallentare senza perdere incisività, affidandosi a un incedere freddo e opprimente.

La produzione è pulita e potente, funzionale a rendere intellegibili canzoni spesso veloci e compatte ma non prive di marziali squarci in mid tempo che contribuiscono a mantenere la varietà senza spezzare la tensione: ogni strumento occupa il proprio spazio senza sovrapporsi in modo caotico agli altri e ciò permette alle strutture di emergere con chiarezza anche nei momenti più frenetici ed esalta un suono che non cerca profondità atmosferiche ma impatto quasi fisico e continuità.

La voce dal canto suo non assume mai un ruolo narrativo ma agisce come un elemento aggiuntivo di pressione urlando testi che continuano a muoversi su coordinate consolidate, tematiche alle quali l’ensemble nostrano ci ha abituato da tempo: blasfemia, misantropia, negazione. In definitiva “Soulless Abominations” si muove all’interno di coordinate ben definite ma lo fa con la sicurezza che deriva dall’esperienza e da una chiara consapevolezza dei propri mezzi. È una solida conferma, non segna una svolta nella carriera degli Handful Of Hate ma ne ribadisce la compattezza. Un album concepito per chi già conosce e apprezza questa visione del black metal, diretta, ostile, priva di deviazioni e compromessi, brutale senza perdere il controllo ma anche poco incline a lasciare un segno duraturo oltre i confini della propria nicchia. Come si diceva una volta: prendere o lasciare.









