I Velmorth arrivano senza chiedere il permesso, non per stupire ma per ribadire una posizione precisa, di inflessibile e cieca fedeltà al verbo nero della seconda ondata scandinava. “Feral Dominion”, debutto assoluto per i tedeschi, è black metal nel senso più semplice e brutale del termine; niente concetti moderni, niente aperture melodiche, niente strizzate d’occhio a chi vuole qualcosa di nuovo: qui si parla una lingua arcaica e non ci sono sottotitoli. Fin dai primi secondi è chiaro che l’obiettivo del mastermind Revenant, messi da parte per qualche mese Order Of Nosferat e Sarkrista, non è costruire un disco che vada oltre i confini già tracciati (non che lo faccia con i suoi progetti principali) ma dare libero sfogo al lato più cinico e nostalgico della sua musica. Tra chitarre gelide e taglienti, tremolo picking ossessivo, batteria che spinge senza tregua alternando blast beat lineari e mid tempos marziali, “Feral Dominion” rientra perfettamente in quella tipologia di lavori concepiti per ricordare a tutti come il black metal suonava prima di uscire dalle cantine. Il deja vu uditivo è una costante e le citazioni più o meno consapevoli non si contano perché i Velmorth non vogliono cambiare le carte in tavola ma solo mettere carne al fuoco. Come di consueto la voce di Revenant è uno strumento di tortura più che di espressione, uno screaming acido e distante che ricorda l’eco di dolore proveniente da una fossa comune.

Anche la produzione è inevitabilmente legata ai primi anni novanta: cruda ma non del tutto caotica, priva di pulizia ma con un suono definito che conserva quell’aura di gelo e polvere che i puristi pretendono e a cui molti dischi moderni hanno rinunciato. I synth sono presenti ma compaiono in modo marginale, relegati ad elemento ornamentale come folate d’aria fredda che attraversano i singoli brani, contribuendo tuttavia a rafforzarne l’atmosfera notturna senza mai sfociare nel sinfonico o nell’epico. Il disco scorre identico a sé stesso, con brani che spesso si assomigliano per struttura e tempo, come in una prolungata trance di odio e devozione che rischia inevitabilmente di scadere nella monotonia. Ed è proprio questo il punto: chi cerca variazioni, riff memorabili o momenti di rottura rischia di perdersi in questo flusso continuo di malevolenza, mentre chi è legato all’ortodossia del genere troverà nei Velmorth un alleato sincero. Del resto ci sono momenti che emergono più di altri, qualche riff più affilato o qualche cambio di tempo più marcato, come avviene in brani come la title track o “Hail Eternal Warspirit”. In definitiva un disco non necessario ma sincero, consigliato soprattutto a quanti accettano senza problemi la ripetitività come dogma e nel black metal apprezzano la coerenza sopra ogni altra cosa.









