Banalmente, potrei iniziare la recensione dicendo che i Mütiilation del buon Meyhna’ch non necessitano di presentazioni. Altrettanto banalmente, potrei aggiungere che i bei tempi delle Black Legions nella seconda metà degli anni novanta sono ormai acqua passata e che in fondo è anche giusto così: quello fu un periodo irripetibile sotto ogni aspetto, al quale molti ancora oggi guardano come fonte di ispirazione (basti pensare alle centinaia di gruppi raw black metal che più o meno consapevolmente fanno proprio quello stile), ma è naturale che chi fu uno dei protagonisti di quella scena all’alba dei cinquant’anni voglia tentare un approccio differente. Che poi, se vogliamo dirla tutta, c’è una certa continuità che unisce “Vampires Of Black Imperial Blood” ai dischi del come back dei primi anni duemila, fino all’ultimo, niente più che discreto, “Black Metal Cult”, uscito appena lo scorso anno, di cui questo nuovo “Pandemonium Of Egregores” rappresenta il decisamente più riuscito seguito (sempre con Kham alla batteria e sempre per la Osmose Productions). A partire dalla copertina meravigliosamente vintage che rappresenta quelle che dovrebbero essere le eggregore del titolo, ovvero una sorta di entità esoteriche create dall’energia psichica di un gruppo, della quale si nutrono. Simbolicamente quindi, ma anche in pratica: donne nude, caproni assortiti, Pazuzu e lo stesso Meyhna’ch appiccicato lì in una foto appunto degli anni novanta (ah, la sottile ironia di un baldo giovane di mezza età…).

Nonostante l’innegabile filo conduttore tra quest’ultima e le precedenti uscite targate Mütiilation di cui si parlava poc’anzi, vi potete scordare il suono gracchiante e artigianale dei tempi che furono, ma questa non è più una novità almeno da vent’anni a questa parte se non di più. “Pandemonium Of Egregores” ha una produzione sporca il giusto ma professionale, che conserva la patina underground che un prodotto di questo tipo deve mantenere ma esalta a dovere le sfumature strumentali, in primis le linee di basso e le melodie chitarristiche, elementi essenziali in un lavoro che predilige canzoni dilatate e tempi medi, mettendo in mostra una vena introspettiva e meditabonda che potrebbe in parte sorprendere quanti sono rimasti legati ai “vecchi” Mütiilation. Insomma Meyhna’ch non parla più di vampiri e pestilenze: di sicuro non ha perso il suo amore per le cose oscure e non ha abbandonato del tutto un certo piglio adolescenziale (altrimenti non avrebbe intitolato il disco precedente “Black Metal Cult”) ma è anche cresciuto e lo dimostra un pezzo amaramente riflessivo e intimista come “Fifty Winters” (di cui vi invito a leggere il testo), che con i suoi ritmi cadenzati e le sue melodie sinistre e insinuanti si rivela anche il brano migliore del lotto e il cuore del disco.

Vorrei citare anche la title track e la conclusiva “Hashischin Cage”, canzoni più tirate ma sempre caratterizzate da un approccio melodicamente ossessivo che ci restituisce il suono di un black metal maturo e consapevole. È evidente che Meyhna’ch, qui autore della consueta prova vocale ringhiosa e monotona, si sarebbe potuto tranquillamente limitare a tirare la carretta che tanto molti fans della prima ora l’album l’avrebbero comprato in ogni caso, attirati dal nome in copertina come falene dalla luce del fuoco, e invece no. Questo è un disco “sentito” che, indipendentemente dagli esiti che ognuno potrà apprezzare o meno, sembra dettato da reali esigenze espressive e non semplicemente dalla necessità di far circolare il “brand”, e che ci restituisce un musicista ancora ampiamente in grado di dire la sua, declinando con esperienza quegli stilemi che lui stesso in parte ha contribuito a creare. “The time bell knell the fifty winters and those darkness you bream of / Became my nights and days and those demons became my pets / What did we learned at the end. Did we reach wisdom before the hole / Don’t confuse wisdom with weariness and believe it, there’s no joy to became old”.









