Possiamo dire che “All Meaningless All”, sesta fatica sulla lunga distanza di Ars Manifestia, occupi un posto particolare nella discografia del progetto solista italiano guidato da Harmful, che da tempo si muove ai margini del black metal più canonico. Qui l’autore sembra incamminarsi in maniera netta sul sentiero della “sottrazione”, dando pochi punti di riferimento al fruitore medio di metal estremo: tre soli brani per oltre cinquanta minuti di durata, nessuna struttura riconducibile alla classica forma canzone, nessuna volontà di dialogo con la scena o con l’ascoltatore. L’approccio del disco lo colloca in un’area marginale, più vicina a certo black metal dilatato e rituale che alle sonorità più tradizionalmente aggressive. E anche se le influenze dirette non sono immediatamente riconducibili a singoli nomi nel complesso l’album si avvicina a un certo filone sperimentale e contemplativo del genere, dove ripetizione, durata, strutture lente e perfino “estenuanti”, diventano strumenti concettuali, più ancora che nel precedente “Il Mattino Della Follia”, che già aveva lasciato intravedere un approccio di questo tipo.

Brani come l’opener “Consumed Skin” o “Dawn At Home”, il brano più lungo e dilatato che restituisce un’atmosfera rituale, sono un esempio lampante di quanto appena detto, con la loro insistenza su micro-variazioni e strutture statiche, la loro “non evoluzione” che produce una tensione costante e mai risolta, un effetto di logoramento più mentale che fisico. “Sweets Notes” dal canto suo fa emergere una falsa tregua, con le melodie che affiorano con maggiore chiarezza, suggerendo la possibilità di equilibrio, che viene però sistematicamente negata: è il brano più ambiguo dell’album, quello che gioca maggiormente sull’illusione, fin dalla dolcezza evocata dal titolo.

Pur non emergendo un concept narrativo in senso stretto sembra quasi farsi strada un’idea astratta, portata tuttavia avanti con coerenza nel corso del disco senza alcuna urgenza comunicativa: la progressiva erosione di ogni significato, anche musicale. In questo senso “All Meaningless All”, con il suo black metal che non urla e non aggredisce ma consuma lentamente, è meno un album e più un esercizio di stile radicale che non cerca adesione o consenso, una sorta di manifesto che privilegia l’intento rispetto al risultato emotivo. Una scelta lucida ma che potrebbe limitare l’impatto del lavoro al di là di una cerchia ristretta di ascoltatori dotati della necessaria capacità di attenzione.









