Sono passati ben ventidue anni dalla morte di Quorthon (al secolo Thomas Börje Forsberg) e addirittura quarantadue (!) dall’uscita del primo disco dei Bathory. Eppure l’impatto della sua musica continua a essere incredibilmente forte e presente nel cuore degli appassionati di metal estremo, e non solo. Il numero di musicisti che si sono ispirati ai lavori di Quorthon è probabilmente incalcolabile, così come quello delle band che hanno deciso di seguirne le orme: caprine e blasfeme per chi predilige la prima fase della sua carriera, epiche e vichinghe per chi invece ama la seconda. In alcuni casi però non si tratta semplicemente di gruppi influenzati dai Bathory: esistono veri e propri cloni che, in modo smaccato e orgoglioso, hanno fatto della devozione alla musica di Quorthon la propria cifra stilistica. Ecco un piccolo estratto dei migliori esempi.
JOEL GRIND – The Yellowgoat Sessions – Full Length – 2013 – Hells Headbangers Records

Il polistrumentista americano Joel Grind, noto soprattutto per le sue band madri Toxic Holocaust e Tiger Junkies, ormai tredici anni fa rimase folgorato dal verbo di Quorthon e decise di rendergli omaggio con questo disco diventato nel tempo un piccolo cult: “The Yellowgoat Sessions”. Il titolo è un riferimento esplicito al celebre caprone giallo che campeggia sulla copertina del debutto dei Bathory. Musicalmente siamo davanti a una riproposizione meticolosa del proto–black metal ferale, primitivo e sepolcrale della metà degli anni ottanta, quando heavy, speed, thrash e death metal convivevano ancora nello stesso crogiolo sonoro. Dieci brani (intro e outro comprese) confezionati con grande competenza da un musicista di puro talento, capace di scrivere ritornelli immediati e memorabili come quelli di “Hell’s Master Of Hell”, “Foul Spirit Within” e “Hail To Cruelty”. Un vero gioiellino a cui, purtroppo, Grind ha deciso di non dare seguito: le uscite successive pubblicate sotto questo monicker sono infatti esclusivamente strumentali e orientate verso sonorità synthwave.
ELIZABETH – Elizabeth – Full Length – 2022 – Bathory Productions

Altro progetto “one shot”, questa volta firmato dal polistrumentista canadese Jo Steel. Il debutto omonimo “Elizabeth” urla Bathory da ogni poro: monicker, logo, artwork e, ovviamente, musica. Il disco propone una raffica di schegge heavy, speed e thrash metal dai riff ribassati, accompagnati da una voce ringhiante e da testi che sembrano usciti direttamente da un compendio di satanismo d’ordinanza. Sono appena venticinque minuti di musica con il piede costantemente schiacciato sull’acceleratore, per un lavoro la cui unica ambizione è l’emulazione. Il risultato, però, funziona: si scapoccia volentieri e tre o quattro pezzi sono davvero notevoli. L’unico vero difetto è una drum machine dal suono un po’ finto e debole, che stona con il resto della produzione.
HELLFIRE – Into Fire – Full Length – 2000 – No Colours Records

Gruppo di culto dei culti, il misterioso combo svedese Hellfire ha pubblicato soltanto un demo nel 1998 e questo unico full length, “Into Fire”, due anni più tardi. Per molto tempo il disco è stato oggetto di autentica venerazione tra i fanatici del black metal underground, con copie vendute a cifre folli, tra i settanta e i cento euro. Il motivo di tanta mitologia resta in parte oscuro: forse il fatto che ancora oggi non sia chiaro chi si celasse dietro il progetto (c’è persino chi ha sussurrato il nome di Quorthon stesso!), forse la splendida foto del caprone in copertina, oppure la strategia della No Colours Records, che ha saputo alimentare abilmente questo alone di mistero. O forse, più semplicemente, per i venticinque minuti di musica contenuti nel disco, capaci di fondere perfettamente il black metal degli anni ottanta con quello dei novanta. La struttura richiama in modo evidente i primi Bathory ma il suono delle chitarre è più freddo e distorto, la batteria rimbomba fino quasi a sfiorare la techno e la voce è una lama di rasoio gracchiante e spietata. Non solo culto: tanta, tanta sostanza.
CRUZIFIER – Revelation Of Evil – Ep – 2026 – Independent

Pubblicato appena un paio di mesi fa, il debutto dei tedeschi Cruzifier ricalca fedelmente quanto detto per le band precedenti ma con un approccio ancora più passatista e volutamente low-fi. Batteria cavernosa e rimbombante, basso in primo piano, chitarre costruite su riff minimali e assoli taglienti, voce sepolcrale e canzoni che si sviluppano secondo un songwriting elementare e prevedibile, ma comunque efficace, come dimostra la conclusiva “Sentence Of The Grave”. Sono probabilmente i più grezzi e ruspanti della nidiata ma anche i più “true”. Chissà, magari saranno proprio loro a decidere di fare il bis.
APOCALYPSE – Si Vis Pacem, Para Bellum – Full Length – 2018 – Independent

Strana e piuttosto arzigogolata la carriera di questa giovane band nata a Torino e successivamente trasferitasi in Svezia. Inizialmente partita come epigona della fase viking dei Bathory, la formazione ha poi brevemente virato verso coordinate death/thrash, con tanto di tematiche “sociali”, prima di approdare alla sua incarnazione più recente, che strizza l’occhio addirittura al power metal teutonico. In questa sede però ci concentriamo sul debutto del 2018 che, diversamente dai dischi delle altre band trattate in questo episodio, rende omaggio alla produzione epic/viking di Quorthon, prendendo come stelle polari dischi fondamentali come “Blood Fire Death”, “Hammerheart” e “Blood On Ice”. Il risultato si muove su coordinate ben definite: tempi lenti o medi, riff pesanti e granitici, ampie aperture melodiche con abbondante uso di chitarre acustiche, cori epici sullo sfondo e testi che, invece di attingere alla mitologia norrena, preferiscono pescare da quella romana. L’idea funziona, almeno in parte. Come già visto altrove, anche qui la batteria è una drum machine i cui pattern risultano assolutamente adeguati, semplici e lineari, come richiede il genere, ma il cui suono resta piuttosto piatto, privo di quell’impatto e di quella profondità che una produzione di questo genere richiederebbe. La voce di Erymanthon Seth (il polistrumentista a capo del progetto) invece rappresenta probabilmente l’elemento più divisivo del disco. Se sulle parti in growl c’è poco da eccepire, molto più discutibili risultano quelle in clean. Il vocalist sembra voler replicare volutamente le celebri stonate e stecche di Quorthon, spingendo però l’approccio verso un livello ancora più amatoriale, come si percepisce chiaramente in “Soldiers Of Rome”. Non è facile passarci sopra senza lasciarsi scappare un sorriso ma, tutto sommato, bisogna riconoscergli anche una certa dose di coraggio.
SPECIAL GUEST: Le migliori cover
Così come il numero di gruppi clone, anche la quantità e la qualità delle cover sono un ottimo indicatore dell’influenza di una band. E sotto questo aspetto, parlando dei Bathory, siamo probabilmente già vicini alla tripla cifra. Vale quindi la pena citare, a nostro insindacabile e illuminato giudizio, alcune delle migliori reinterpretazioni dei loro brani. Considerate le due principali incarnazioni stilistiche del gruppo, ne scegliamo una per “specie”. La prima è quasi scontata, ma inevitabile: “Sacrifice” nella versione degli Tsjuder. Un pezzo che era già una bomba nella sua forma originale ma che il trio norvegese riesce a rendere ancora più devastante: più veloce, più distorto, più feroce. Una scarica di pura furia black metal che non a caso è entrata stabilmente nel repertorio live della band. Per la seconda invece bisogna scavare nel torbido. Si tratta addirittura di una hidden track contenuta in “World Of Wisdom”, debutto dei bielorussi Folkvang pubblicato nel 2004. Il brano scelto è nientemeno che “One Rode To Asa Bay”, e la sua genialità sta in un’idea tanto semplice quanto brillante: la cover è interamente strumentale. La linea vocale originale viene infatti sostituita da una chitarra che la ricalca fedelmente, nota per nota. Il risultato è davvero una piccola meraviglia.









