Ve li ricordate i Tulus? Band norvegese della prima ora (formati nel lontano 1991; il demo di debutto risale al 1993), sono rimasti sempre all’ombra dei grandi nomi provenienti dalla terra dei fiordi che intorno alla metà degli anni novanta hanno conquistato la scena metal a suon di chitarre zanzarose (prima) e magniloquenti tastiere (poi). Giustamente? Ingiustamente? Decidetelo voi: se volete il mio illuminato parere, posso dirvi che sì, hanno dato alla luce (delle tenebre) buoni e ottimi dischi ma forse mai quel capolavoro indelebile che potesse restare scolpito nella storia del genere come un segno sulla roccia. Comunque, zitti zitti e con qualche pausa nella loro carriera, sono arrivati al traguardo dell’ottava fatica sulla lunga distanza con questo “Morbid Desires”, un album che lascia fondamentalmente inalterato lo stile del gruppo ma consente di intravedere un’ampia gamma di sfumature stilistiche e al contempo beneficia di una produzione ottimamente bilanciata.

Di base i nostri amici suonano, e hanno sempre suonato, un black metal semplice e quasi orecchiabile, che fa del groove e dei riff ossessionanti la sua arma migliore, molto sulla scia di gente come Khold e Sarke: il che non deve sorprendere da momento che queste tre band in pratica condividono i membri, in primis proprio Sarke (batteria), che dei Tulus è mente e motore, insieme a Blodstrup (voce, chitarra), fin dagli esordi. Un altro accostamento pressoché inevitabile è con i Satyricon del loro periodo mediano e con quel sound massiccio e granitico che la Moonfog Productions rese relativamente celebre nei primi anni duemila. I Tulus restano legati a quell’impostazione e mantengono fede a una formula fatta di canzoni concise e ficcanti, dalle strutture molto classiche, che privilegiano decisamente i tempi medi e la pesantezza ipnotica e vagamente psichedelica rispetto alla velocità e all’aggressione sonora, pur non mancando naturalmente i momenti più tirati in blast beat.

Tuttavia in quest’occasione i nostri amici si dimostrano più che mai in grado di variare e si lasciano prendere da un piglio heavy/doom e da un approccio in senso lato “rock” che in maniera latente, ma ben udibile, in fondo ha sempre albergato nelle loro composizioni, e che qui semplicemente emerge in modo più evidente che in passato: si passa così dagli stacchi di flamenco (sì, avete capito bene) e i cori in clean vocals dell’opener “Salme II” alle brevi intrusioni di pianoforte della successiva “Skabb”, dalle morbide chitarre acustiche di “Fossegrimens Vakt” al suono black/rock dell’autocelebrativa “Tulus” e black/punk di “Hedengangen”.

Fino a giungere alla conclusiva “Sabbat”, anomala suite di oltre otto minuti di durata (penso che sia una specie di record per i Tulus), che già dal titolo si propone di essere una sorta di tributo alla creatura mitologica di Tony Iommi e compagni. Infatti è un pezzo heavy/doom classicamente settantiano, che per suono e struttura potrebbe davvero essere stato preso di peso da uno dei primi album dei Black Sabbath, harsh vocals a parte: una dichiarazione d’amore nei confronti del gruppo da cui in pratica tutto è iniziato, e l’ennesima dimostrazione della versatilità stilistica dei Tulus, che sono sempre stati coerenti a un certo sound ma non si sono mai fatti mancare interessanti divagazioni compositive. Con questo “Morbid Desires” Sarke e soci hanno finalmente composto quel capolavoro che mancava nella loro discografia? Ancora una volta, decidete voi. Probabilmente si tratta del loro lavoro più maturo e completo e se li avete apprezzati in passato non potrete che continuare a farlo.









