Urluk – Memories In Fade

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Vi confesso un piccolo segreto. Nella mail con la quale mi hanno inviato il promo di questa loro nuova fatica, la seconda sulla lunga distanza, gli Urluk scrivevano: “questa volta abbiamo pisciato fuori dal vaso!”. Inutile dire che l’affermazione mi ha immediatamente incuriosito e, dopo l’ascolto di questo “Memories In Fade”, devo dire che in effetti avevano ragione, anche se per chi li ha conosciuti e apprezzati con il precedente “More” non era del tutto imprevedibile un’evoluzione o comunque un cambiamento stilistico verso lidi sonori abbastanza lontani dal black, e per molti versi anche dal metal tout court. E gli esiti musicali di tale evoluzione non devono quindi sorprendere, perché in fondo risultano coerenti con il percorso della band e con quanto il duo formato da M. e U. (entrambi anche membri dei Manserunt, con i quali danno sfogo al lato più raw della loro creatività) ci aveva fatto ascoltare fino ad oggi. Quindi come suona questo album? I nostri amici definiscono programmaticamente il loro approccio ALT B/L/A/C/K/, dove ALT credo stia per “alternativo” e B/L/A/C/K/ credo indichi il fatto che le radici musicali del gruppo pur sempre lì sono collocate (il segno “/” tra una lettera e l’altra invece credo semplicemente che faccia figo senza particolari accezioni). E infatti strutture e riffing in sostanza ci riportano comunque alla matrice black, tendenzialmente depressiva, che ha da sempre caratterizzato la produzione degli Urluk, opportunamente imbastardita da massicce dosi di doom vecchio stampo (altra influenza ben presente nella musica della band lombarda fin dagli esordi): e lo si comprende immediatamente con l’attacco dell’opener “Angles Of Hauntology”, il cui titolo può essere anch’esso interpretato come una sorta di dichiarazione di intenti, in quanto per “hauntologia” (a parte i molti significati che il termine assume in altri contesti) in ambito musicale si intende, semplificando, la riproposizione nostalgica di sonorità del passato.

Cosa che gli Urluk fanno consapevolmente andando a pescare a piene mani da tutto quel filone “metal triste ed evoluto” che con varie sfaccettature potremmo ricondurre a certi Katatonia, Paradise Lost, Opeth o anche Shining: vaghi sentori che emergono più o meno evidenti in brani carichi di cupi presagi e umori oscuri come “Lying There” e “Liminal Vortices”. Ma non finisce qui perché il combo nostrano, come si diceva, tracima spesso e volentieri oltre i confini del metal, andando ad esplorare i territori del “rock triste ed evoluto”, con sprezzo del pericolo e infischiandosene (giustamente) delle possibili smorfie di disapprovazione dei puristi. Come accade ad esempio nell’intermezzo “Yesterday’s Letter”, dove squarci dal sapore neo-folk si contendono la scena con un’armonica dal flavour anni sessanta che potrebbe essere stata rubata da qualche canzone di Bob Dylan. O ancora nella conclusiva “The Last Watch”, dominata da un malinconico chitarrismo acustico che non esito ad accostare ai Radiohead, capovolto da un finale black carico di rabbia repressa.

Un bel minestrone direte voi, ma il fatto è che tutti questi elementi stanno insieme in maniera per nulla forzata. Non siamo al cospetto del classico disco cervellotico che si pone l’obiettivo di rivoluzionare il genere, salvo poi impantanarsi in improbabili paludi progressive che causano orticarie uditive al malcapitato ascoltatore: qui i pezzi scorrono che è un piacere, sono perfino orecchiabili e non ci si discosta mai dalla consueta forma canzone, alla faccia di quanti sono convinti che non si possa suonare qualcosa di complesso in modo semplice. Vorrei sottolineare anche l’uso delle tastiere, sognanti e delicate, estremamente funzionali nel veicolare reminiscenze ambiental-cinematografiche che aleggiano come eterei fantasmi su alcuni momenti del disco, e il buon contrasto tra clean vocals, decisamente preponderanti, e il più tradizionale cantato in scream, che a dir la verità resta leggermente legnoso, come mi era già sembrato in passato (un difetto dovevo pur trovarlo!). Ma a conti fatti lo posso affermare con sicurezza: questo è il miglior disco partorito dagli Urluk, un lavoro maturo e adulto, che per quanto mi riguarda si candida a essere uno degli album dell’anno. E chi se ne frega se è poco black: non si tratta, come si diceva una volta, di essere “open minded” ma soltanto di riconoscere e apprezzare la buona musica.

REVIEW OVERVIEW
Voto
78 %
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urluk-memories-in-fadeTRACKLIST <br> 1. Angles Of Hauntology; 2. Lying There; 3. Yesterday's Letter; 4. Liminal Vortices; 5. The Last Watch <br> DURATA: 36 min. <br> ETICHETTA: Pest Records <br> ANNO: 2026