Uscita piuttosto sui generis questa del progetto Aurora Disease rispetto a quelle alle quali ci ha da tempo abituato la Purity Through Fire, etichetta tedesca di solito alle prese col black metal nella sua forma più raw e classica, anche nella variante atmosferica. Qui invece siamo decisamente lontani da quei territori musicali, anche se il black metal resta comunque uno degli elementi che compongono la musica di Antisozial, mente e motore di quella che era partita come una band vera e propria ma che dopo la prematura scomparsa di alcuni dei suoi membri è divenuta a tutti gli effetti un progetto solista. Questo “Epitaph” è il terzo, e presumibilmente ultimo (considerato il titolo), respiro di questa creatura multiforme che, secondo le parole del mastermind: “dovrebbe principalmente riflettere la monotonia della vita quotidiana in una città desolata intrisa di tossicodipendenza e malattie mentali, senza esagerare la negatività secondo gli standard della scena DSBM. Tutto ciò che faccio, purtroppo, non è altro che la realtà della mia vita quotidiana e la bruttezza che ci circonda”.

Un quadro decisamente decadente che fa emergere alcuni particolari come immagini evocate dagli strumenti e sintomatiche di un disagio che riflette il male di vivere: una ciminiera annerita che sputa fumo, una grondaia umida e ammuffita, una discarica fetida o il sangue incrostato di un piccolo animale morto sull’asfalto. Un paesaggio urbano desolante e privo di grazia che si riflette in una musica paranoica e post-tutto, costruita con mille influenze e sbalzi d’umore, a cui fa da perfetto contraltare un cantato che passa dal tormentato al soave, dal rabbioso al lamentoso nell’arco di un secondo, quasi fosse il monologo incoerente di un paziente affetto da personalità multipla. Una dissociazione che ogni composizione amplifica da par suo, tra le note notturne e striscianti del sassofono, suadenti voci femminili, dolci chitarre acustiche, inquietanti tappeti di pianoforte e tastiere, momenti alt-rock dallo spiccato gusto dark e, ovviamente, passaggi aggressivi e violenti con contorno di blast beats. Tutto mescolato insieme all’insegna di un approccio progressivo che non scivola mai nel forzato o nello sfoggio di tecnica freddo e fine a sé stesso: a dispetto dell’ora abbondante di durata infatti la tensione emotiva non scema nemmeno per un momento, dall’apertura nervosa della title track fino al rock onirico e cantilenante della conclusiva “Into Abyss”, passando per la disperazione di “Alone” e la magniloquente schizofrenia di “As Time Bleeds Into A Violet River” e “Rigor Mortis Epilogue”, entrambe oltre i dodici minuti e veri manifesti della poetica sonora del nostro amico.

“Epitaph” è una sorta di confessione in musica di una personalità angosciata e piena di contraddizioni ma resta pur sempre un lavoro stilisticamente ambizioso che frulla nello stesso amalgama la teatralità elegante degli Arcturus, le strutture complesse e variegate degli Ephel Duath, la follia compositiva dei Vulture Industries e l’ansia psicotica dei DHG, anche se il primo nome al quale accosterei l’album è quello dei Lifelover, per un’evidente vicinanza di atmosfere e per la spiccata vena depressiva che indubbiamente lo attraversa dall’inizio alla fine. Che dire in definitiva? Per alcuni potrebbe essere semplicemente un minestrone indigeribile ma vi posso assicurare che se saprete entrare in sintonia con lo spirito del disco ne apprezzerete ogni piccola sfumatura. E ve lo dice uno che di norma rifugge come la peste le cose troppo “cervellotiche”.









