Ci sono progetti che non nascono per seguire le “mode” ma per dare forma a urgenze espressive profonde. È il caso degli Abyssian, la creatura plasmata nel 2010 da Roberto Messina, ex chitarrista e tastierista dei Sinoath che, per chi ha buona memoria storica, sono stati un nome di culto nel panorama estremo italiano e tra i primi a tentare con buoni risultati il “passaggio” dal black metal a territori più opachi e crepuscolari. Dopo un lungo silenzio, iniziato dalla metà degli anni novanta circa, Messina ha deciso di riprendere in mano quel vecchio filo conduttore, traghettandolo in una dimensione inedita, quella degli Abyssian, che con questo “Let Me Die Under The Stars” giungono al prestigioso traguardo del terzo full length. Se il sound affonda le radici in quel background, il cambio di rotta concettuale è netto: dimenticate i classici clichés del genere, perché qui lo sguardo si volge ai misteri delle civiltà sommerse, ai miti sumeri sulla creazione e al fascino perduto di Atlantide. Musicalmente invece il disco si muove lungo i binari di un doom metal solenne e d’impatto, fortemente contaminato da influenze provenienti da diverse epoche storiche. C’è tantissimo dark rock degli anni ottanta, che si sposa alla perfezione con le vibrazioni gothic/doom degli anni novanta, sulla scia di band come Type 0 Negative e Moonspell. Il risultato è un lotto di canzoni dall’atmosfera densa, guidate dalla prova vocale di Umberto Vono, magnetica e quasi ritualistica.

L’immersione nel disco è graduale ma totale: l’intro acustica “In My Times Of Forlorn”, bagnata dal rumore della pioggia, prepara il terreno per la vera e propria title track, divisa in tre capitoli. “Let Me Die Under The Stars I” colpisce subito duro con chitarre pesanti come macigni, anche se a stupire è soprattutto il dinamismo della sezione ritmica, dove spicca il lavoro dietro le pelli fantasioso e mai banale di Daniele Ferru, supportato dal basso pulsante di Vinz. Il viaggio prosegue con la seconda parte, un mid tempo che sfoggia un lavoro di chitarre in palm muting che profuma di The Cult (impossibile non pensare a “Rain”), prima di esplodere in un’improvvisa accelerazione quasi thrash e in un assolo d’impatto. La terza parte rappresenta probabilmente l’apice emotivo dell’opera: una suite malinconica in cui riemergono persino le spigolature e le dissonanze annerite di matrice black metal, che si spegne sul finale in uno spoken word drammatico e desolante. C’è spazio anche per uno sguardo al passato della band con “Back To Tilmun + AD 2026”, remake di un brano del 2016 rinvigorito in una veste più serrata che guarda ai Celtic Frost, completa di azzeccati inserimenti in harsh vocals.

La vera sorpresa finale è però la reinterpretazione di “Avalon” dei Roxy Music, con gli Abyssian che prendono un classico del pop/rock anni ottanta, ne raddoppiano la durata e lo distorcono fino a farlo diventare una marcia funebre, oscura e ipnotica, pur mantenendone intatto lo scheletro melodico: una scommessa azzardata ma decisamente vinta. In conclusione questo terzo capitolo segna a mio giudizio la definitiva maturità degli Abyssian: Messina e compagni dimostrano che si può suonare heavy e rallentato senza risultare monocromatici o derivativi. Un album stratificato, teatrale e consigliatissimo a chiunque cerchi nell’oscurità non solo la pesantezza ma anche la melodia e il mistero.









