Dietro il nome Mazam si cela un progetto solista nato in Italia nell’inverno del 2025, immerso nell’estetica più autenticamente underground del black metal. “A Scar Upon The Void”, debutto interamente scritto, registrato e prodotto da un’unica mente, rifiuta qualsiasi artificio moderno per abbracciare una dimensione raw e viscerale: strumenti reali, studio-garage e una produzione volutamente ruvida, modellata sull’immaginario sonoro del black metal più primordiale. L’anima del disco nasce da un rapporto profondo con il genere, coltivato fin dall’adolescenza e affinato attraverso anni di immersione nell’underground. Un lavoro artigianale che sviluppa un paesaggio interiore fatto di dissoluzione dell’identità, silenzio assoluto e alienazione mentale. Pur senza influenze apertamente dichiarate, l’album accompagna l’ascoltatore in un viaggio ideale attraverso le terre simboliche del black metal più tradizionale, trovando un equilibrio efficace tra introspezione nichilista e violenza sonora. Si parte dal selvaggio Abruzzo, terra natia del compositore: “Lead Liturgy” apre con sonorità funeree che introducono la voce straziata del protagonista assoluto. La struttura è quella tipica del black metal più tradizionale: intro gelida, riff ripetuti ossessivamente e improvvisi rallentamenti. Una traccia che rappresenta bene il manifesto artistico di Mazam, pur lasciando l’amaro in bocca per un finale in dissolvenza che avrebbe potuto osare maggiormente. “Iron Shrines” sembra arrivare direttamente dalla Bergen del Conte degli anni Novanta: le chitarre si intrecciano con efficacia, sostenute da una linea di basso particolarmente ispirata. Un brano destinato a conquistare i puristi del genere. “Plastic Void” rappresenta invece il momento più dissonante dell’album: batteria forsennata, poca armonia e una distorsione onnipresente che privilegia l’impatto rispetto all’atmosfera. A rialzare immediatamente il livello ci pensa “Rust Saints”, che in pochi secondi riporta l’ascoltatore verso coordinate più evocative. Tornano melodie semplici e ripetitive, il ritmo si fa marziale e la voce di Mazam, spezzandosi in scream particolarmente sofferti, aggiunge autenticità e tensione emotiva al brano. “Hollow Heaven” prende il testimone del brano precedente e prosegue nella stessa direzione, quella che da Bergen va a Eilenburg. Infatti il ritmo rallentato insieme alle melodie a supporto di un cantato rabbiosamente triste, denotano una certa vicinanza “nargarothiana”.

Il bello è che i richiami sono chiari e riconoscibili ma la realizzazione rimane comunque personale. Il viaggio continua, non c’è pausa in questo interrail verso l’inferno: “Oil Palms” ci porta a Lappeenranta, dimora del “Warmaster” Werwolf, e ci accoglie con i suoi contrasti in un’alternanza tra ritmi ossessivi e arpeggi melodici che convivono in una traccia rabbiosa e istintiva, dove la voce sembra trasformarsi in un vento pronto a travolgere tutto. Nonostante il caos apparente, il pezzo resta sempre in controllo grazie a cambi di riff intelligenti e ben costruiti. Il disco prosegue con altri episodi convincenti come l’opprimente “Silent Smog” e la frenetica “Dust Crowns”, fino alla conclusiva “Grey Statis”, degna chiusura di una traversata costretta su binari tra foreste desolate e paesaggi invernali. Pur con tutti gli inevitabili limiti di una produzione casalinga, qualche sbavatura nel suono e una resa lontana dagli standard moderni, “A Scar Upon The Void” colpisce grazie a un’attitudine sinceramente underground, oggi sempre più rara. È un disco nato per necessità espressiva, non per inseguire perfezione tecnica o tendenze. Ed è proprio questa autenticità a renderlo credibile dall’inizio alla fine. Mazam dimostra di possedere una visione chiara e una forte identità emotiva: dietro la crudezza del suono emergono passione, dedizione e un legame reale con lo spirito più puro del black metal. Un debutto magari imperfetto ma assolutamente vivo, sentito e genuino, che merita di essere ascoltato. “When the cold comes… it does not strike, it only stays…”.









